Principe libero

Ognuno gli idoli se li sceglie per motivi diversi e personali. Contano il carattere, l’età con le sue fascinazioni mutevoli, le “aspirazioni”, così come la visione del mondo eccetera eccetera.

Uno dei miei idoli è stato – e continua a essere – Fabrizio De André. Un nome che – prima di scoprirlo come cantante – mi affascinava; una voce potente e unica di cui, tra i 14 e i 22 anni, cercai di imparare a memoria tutte le canzoni; il compagno di viaggio di un indimenticabile fine settimana del 2009. E, ora, eccolo finalmente raccontato nel film “Principe libero” dall’interpretazione incredibile di Luca Marinelli. 

Naturalmente, come tutti i fan del gruppo ultras dei “duri&puri”, mi sono avvicinato a questo film con tantissimi pregiudizi (delicato eufemismo). Il trailer diciamo che non aiuta a predisporre gli animi alla benevolenza, forse perché – contrariamente al solito – raggruppa tutti i momenti dimenticabili del film. Che, invece, è davvero molto bello.

Io credo che il senso di questo film sia stato quello di fare conoscere la vita di Fabrizio, sia a chi non lo ha mai approcciato (i giovani, banalmente; il pubblico mainstream di mamma Rai1), sia a chi non ne conosceva tanti dettagli (come dicevo, ognuno si sceglie i propri idoli). È logico che tutto questo presume delle scelte. Ecco, a mio parere le scelte degli sceneggiatori e del regista sono riuscite in pieno a rendere la figura umana (perché è da lì che deriva la ricchezza del De André musicista) di Fabrizio senza mitizzarlo ulteriormente e nemmeno abbassarlo al livello di uomo qualunque. E lo hanno fatto innanzitutto con quella che in letteratura si chiamerebbe una “traduzione infedele”, che mira a rendere la sostanza più che la forma. Prendiamo Marinelli: è romano e non lo nasconde, ed ecco già levarsi le torce indignate del corteo “De André era un genovese, era così difficile fargli studiare un po’ di dizione?” di cui io stesso ho fatto parte. Eppure, somiglianza fisica a parte (peraltro: dici niente!), guardandolo sembra di vedere il vero Fabrizio riapparire sullo schermo. Movimenti, postura, tono della voce, carattere: riecco Fabrizio così come era. E pazienza se l’accento va un po’ a farsi benedire. Senza poi parlare di Gianluca Gobbi nei panni di Paolo Villaggio, Ennio Fantastichini in quelli del padre di Fabrizio, Valentina Bellè come Dori Ghezzi.

Poi, parliamoci chiaro: tre ore sono tante ma non abbastanza, e una scelta narrativa implica sempre delle selezioni. Certe “scorciatoie” forse sono troppo scontate (le acciughe sul banco del pesce e poi parte subito “Le acciughe fanno il pallone“, per dirne una), ma il regista e gli sceneggiatori hanno voluto creare uno spaccato della vita dell’uomo Faber. I dettagli li possiamo tutti andare a cercare su Wikipedia (in che anno uscì quel disco? Quando furono rapiti? Quanto costò il riscatto e chi lo pagò?), mentre qui emergono i lati umani di una figura carismatica e contraddittoria come quella di Fabrizio. Per questo Fabrizio lo si vede poco impegnato a comporre (come è stato giustamente fatto notare): non importava tanto far vedere il suo lavoro di musicista ma la sua vita, fatta di innumerevoli sfaccettature. Da fan, anche io ho trovato un po’ troppo riduttive certe menzioni: un po’ di prostitute qui, due scene con Mannerini là, le bevute sulla spiaggia con Tenco, la fattoria in Sardegna che sembra nascere quasi dal nulla. Ma si è trattato, ripeto, di scelte finalizzate alla costruzione del ritratto – il più originale e onesto possibile – di un uomo. Forse ci destabilizza tanto, questo ritratto, perché ognuno di noi ha il suo proprio Fabrizio e crede che sia l’unico; e vedere un altro Fabrizio, diverso da quella che era la nostra personale inscalfibile certezza, ci dà fastidio.

In sostanza, dunque, guardatevi “Principe libero” perché merita. E poi – auspicio più grande – aprite Spotify o andate in cantina a cercare i suoi dischi o i suoi CD, mettete su una sua canzone e lasciatevi andare ad ascoltarla. Ognuno ha i suoi idoli, ma esistono anche dei campioni di razza che non è mai male (ri)scoprire.

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