Ventuno

Concetto spaziale: mancanza.

Immaginare Fabrizio De André a New York non è poi troppo difficile: anche a New York, per dire, c’è il mare. C’è stato – e da qualche parte c’è ancora – anche il porto, con tutti gli annessi e connessi tipo bar e signorine tanto equivoci quanto disponibili.

Ma a New York manca la collina, mancano le creüze, manca il mugugno del genovese tipico, manca la fugassa e il pesto e chissà cos’altro.

E allora forse è meglio immaginarsi Fabrizio De André solo nel nostro personalissimo e individuale ricordo. Invece che immaginarlo che cammina nelle lunghissime avenues di questa città infinita, intimorito da questi belinoni di americani, meglio posizionarlo nello spazio personale della nostra memoria. Meglio riportare alla mente – e, per un secondo, in vita – quel concerto a cui qualcuno avrà avuto la fortuna di andare, o quel disco comprato per curiosità, o ancora le cassette e i CD consumati a forza di imprimersi nella mente ogni verso e ogni cadenza di quelle che per tutti noi erano canzoni bellissime e imperdibili.

E così, oggi che sono 21 anni (e quasi un giorno, ormai) io ti saluto da qui, da New York, caro Amico fragile. Qui in mezzo ai grattacieli chissà come ti saresti trovato. Io, nel dubbio, ho portato qualche tuo disco e ora ti ascolterò mentre inizia a fare buio.

Feliz

Il rituale è: preparare la valigia, pulire casa, assicurarsi di avere il passaporto, uscire di casa e poi la metro e i controlli della sicurezza. E poi cercare il gate, la fila, salire, la giacca da mettere su e la borsa giù, le scarpe da togliere, le cuffie da mettere, film o serie?

Imbottigliato in una delle file di posti centrali, il volo è una sospensione del tempo che lo spegnimento delle luci dentro la cabina e la notte fuori non fanno che aumentare. Non dormo perché non ci riesco, perché non voglio, perché ho sempre fatto così.

Salire in Valle Camonica da Malpensa è come per un salmone risalire la corrente. Diamo un bacino a Milano, sbirciata di striscio dai finestrini di un pullman, e poi via su un treno e poi su un’auto verso quelle cime innevate laggiù, che sembrano allontanarsi mentre ci avviciniamo.

E poi ritrovare tutto come l’avevo lasciato, quei gesti uguali da tutta una vita, abitudini che non tramonteranno mai. Gli oggetti, in camera mia, mi guardano. Io li guardo, li riconosco, ci salutiamo.

Chiudo gli occhi su un flusso ininterrotto di tempo, ogni momento contemporaneamente dilatato e ristretto. “Chiamiamolo un giorno”, come si dice in inglese per congedarsi da ciò che si decide sia finito.

E Feliz Navidad pazzescamente bella e rapida e dolce, il rimpianto di sapere che sarebbe finita nel momento in cui la stavo iniziando, la speranza impossibile di non vederla andare via.

Feliz

Unearthed

Unearthed è una parola inglese che mi piace molto. Significa “dissotterrato” e mi piace non tanto per il significato in sé ma per come lo esprime: un, prefisso di negazione, si unisce a earth, che significa terra non solo come terreno ma anche come pianeta. Esprime il senso di una vera e propria rimozione dal pianeta, che ci crea e, col passare del tempo, ingloba dentro di sé.

Non ho mai conosciuto i miei nonni materni: venivano da un’altra epoca e non ho proprio fatto in tempo. L’unica forma in cui li ho conosciuti è stata quella della terra del cimitero che li ha inglobati tanti anni fa. Per me, loro sono sempre stati identici a quelle due fotografie in bianco e nero sulla lapide: il nonno con la fronte alta, il naso diritto e un paio di baffi bianchi; la nonna con lo sguardo fiero ma malinconico, qualche filo di grigio nei capelli ancora scuri.

In tutti questi anni mi sono chiesto tante volte come fossero: quale voce avessero, se erano alti o bassi, cosa preferivano mangiare, come si vestivano, quali sigarette fumavano. Me li sono immaginati in mille modi e ho chiesto a mia mamma e ai miei zii innumerevoli volte di parlarmi di loro. Ma il ricordo, anche di quelli a cui abbiamo voluto più bene, prima o poi svanisce; e con quello anche la voce, le espressioni, le facce.

Li avrei potuti finalmente incontrare domani, quando verranno estratti da quella terra e sistemati altrove. Di loro ci sarà ormai ben poco, ma domani usciranno dalla terra che li ha custoditi per tanti anni e, per un breve momento, torneranno all’aria aperta. Ma non sarò lì, purtroppo, e mi toccherà continuare a immaginarmeli. A dare forma alle loro vite, facce, espressioni, parole, concetti, idee, dolori, passioni solo nella mia fantasia.

Nella terra rimarrà, ancora per poco, il calco delle loro presenze. E poi sarà tutto finito.

Semestri

Gli americani amano le scansioni precise, che segnano i cambiamenti delle stagioni. Accademicamente parlando, nelle università americane si va per semestri (che poi non durano mai sei mesi precisi, ma questo è un altro discorso).

Il semestre di primavera del 2019, a Hunter College, termina oggi, martedì 14 maggio. Tra pochi giorni ci saranno gli esami, poi il rompere le righe definitivo di tutti (me compreso) verso altri pensieri. Resteranno, impigliate come piccoli ostacoli verso la tanto agognata libertà estiva, le email di chi vuole discutere (o recriminare) sul suo voto. Ma sono cose che si risolvono col mestiere.

Lascerà una piccola traccia, questo semestre? Quando torneranno a sedersi in queste aule, tra 3 mesi, qualcuno di questi studenti si ricorderà – sentendola nominare dal nuovo professore di italiano – una sola delle regole che ho cercato di spiegare io, con esempi più o meno buffi, con slides più o meno animate? Chissà.

Quando mi incontreranno nei corridoi, i miei ex studenti, mi saluteranno. Oppure si nasconderanno, o faranno finta di non conoscermi. E intanto io archivio anche questo semestre, ci metto una spunta accanto a segnarlo come “completo” nella lista delle incombenze che mi porteranno a conquistarmi un mestiere, lo saluto come cosa passata, esaurita, conclusa.

Lo metto via, come i pennarelli che ho usato per un semestre e che ora sono esauriti. E finiscono nel cestino per essere riciclati.

In attesa di un altro semestre, uguale e diverso da tutti quelli passati.

Venti

Questa volta ho aspettato le sei di sera, Fabrizio. Ho dovuto aspettare quest’ora perché nell’angolo di mondo dove sono in questi giorni le sei di sera sono la mezzanotte nell’angolo di mondo dove sei tu. E quindi, siccome ci tengo alle cerimonie e alle ricorrenze, non potevo certo anticipare. Soprattutto, in una ricorrenza tonda tonda come questa.

L’angolo di mondo dove sono, in questi giorni, ti avrebbe incuriosito. Prima di tutto, c’è il mare; ma non un mare che si farà lupo, o sciacallo, come quello della London Valour (anche se le petroliere non mancano nemmeno qui intorno). È un mare azzurro e blu, di tonalità infinite che a provare a distinguerle una dall’altra sembra quasi di perdere la ragione. È un mare dove non so se le acciughe farebbero il pallone ma dove nuotano tartarughe e razze e pesci e pure squaletti.

E poi ti piacerebbe questa natura selvaggia. Se vogliamo fare un paragone – esagerato come i paragoni esagerati di occasioni come queste – il posto dove sto è una Agnata tropicale. Ci sono le case, gli spazi comuni, e ci sono soprattutto animali liberi: piccoli granchi eremita, tartarughe, pappagalli, gatti ma anche galline che scorrazzano libere.

Il posto dove sono ti potrebbe piacere perché è in quell’America che fa da sfondo anche al tuo Indiano. Posti meravigliosi che l’uomo bianco ha colonizzato e poi ripetutamente provato a distruggere. Posti dove la cultura e la gente sono mix di provenienze improbabili, dove i resti dell’antica schiavitù giacciono nascosti e dimenticati per fare posto agli sfavillanti resort di quelli che – ci scommetto – ti inviterebbero solo per metterti una chitarra in mano, e che tu manderesti allegramente affanculo.

Oggi sono vent’anni che ci hai lasciati, Fabrizio. Dieci anni fa ti sono venuto a cercare nei caruggi di Genova, in quella che è stata la prima vacanza con lei che, pensa, dieci anni dopo è ancora con me, a ricordarti (e non solo): non più a Genova, stavolta, ma alla fine uno come te lo si può ricordare dappertutto.

Come tutti, aspetterò domani per avere nostalgia, Fabrizio, insieme alla mia signorina Anarchia/Fantasia. La notte dei Caraibi è dolce e malinconica: è calda e umida, ti lascia intravedere tutte le stelle e ti lascia subito al buio, ad aspettare il mattino. Che ti arrivi un ricordo anche da quaggiù, Fabrizio, come da ogni parte del mondo.

Che spettacolo

Viene voglia di gettare la spugna e abbandonarsi a un laconico “che schifo”, davanti a quello che è successo a Genova in occasione dei funerali dei morti per il crollo del Ponte Morandi. E non è soltanto una questione di dignità, o di qualsiasi parolone che applichiamo a seconda delle convenienze senza saperne del tutto il significato: è semplicemente una questione di logica. Una logica che non esiste più, è stata ribaltata e funziona ora in base a chi urla più forte degli altri.

Come è possibile che anche un funerale diventi un momento per farsi i selfie e ricevere applausi dai propri “fan”, mi chiedo (riporto la notizia dall’Ansa, che non mi pare si possa considerare un organo di informazione di parte), e spero che come me se lo chiedano in tanti. Perché questo è davvero il segno che non c’è proprio più nulla da fare: quando la gente, soprattutto se assemblata tutta insieme nello stesso posto, vuole farsi prendere per il culo, è inutile cercare di farla ragionare. E non è una questione da “ci sono in ballo emozioni forti”, perché le emozioni c’entrano fino a un certo punto: il mio è un discorso che ormai vale per qualsiasi circostanza, come provano certe conversazioni su Facebook a cui ognuno di noi può assistere. Io continuavo a crederci, a cercare di capire: l’esasperazione può portare chiunque a scelte sconsiderate, lo so. Ma poi, a mente fredda, sono scelte di cui ci si pente, le si riconsidera e soprattutto le si sconfessa. Ma stavolta no, non ha più senso sperarlo, non c’è nessun margine di salvataggio.

Quando una folla (sicuramente composta da quelle “brave persone” che sono da sempre la categoria più pericolosa, visto che vanno dove va il vento – soprattutto quando tira burrasca – ma in quanto brave persone non sono mai colpevoli di nulla) si mette a fischiare dei politici e ad applaudirne altri, e a farsi i selfie con loro, è una folla di gente che ha scelto di disattivare il cervello. E non è più possibile salvarla perché qualsiasi cosa si dica loro di sensato non verrà ascoltato.

No, non è più questione di legittima manifestazione di dissenso e di democrazia: avete rotto con questa storia che tutti dobbiamo avere lo stesso peso. Abbiamo tutti lo stesso spazio virtuale, ormai, lo stesso balcone sotto a cui radunare la nostra folla armata di forconi oppure di striscioni: lo sto facendo anche io, ora, con questo post. Ma non è vero che tutti abbiamo lo stesso peso, che siamo tutti equiparabili: no, non lo è, non può esserlo. Servono confini, utili perché separano i competenti dagli incompetenti; e serve capire che sì, sicuramente ci sono manipolazioni e sotterfugi alle spalle della “gente”, ma che demolire del tutto questi confini non ha assolutamente senso.

E quindi sì, continuate pure a comportarvi come se foste sempre in una curva di uno stadio: io, che mi ritengo una persona abbastanza colta e istruita, so che in curva divento un animale. Che il cervello si spegne perché contano solo le urla, i pugni, intimidire gli altri che sono tutti “nemici” a prescindere. Continuate, felici e beati della vostra idiozia e delle vostre frustrazioni elevate a metro di giudizio dell’universo, sentendovi pure nel giusto. Quelli come voi, a Mezzarro, li chiamano “tabì”: sono quelli che non solo non si accorgono di essere così sciocchi da farsi prendere in giro da tutti, ma che continuano a bearsi della loro stupidità. Perché la scambiano per un pregio, una qualità, un plus: ma è soltanto l’ennesima dimostrazione del loro essere ignoranti nel senso più letterale del termine, cioè vantandosi della propria personale incapacità.

Bravi, battete le mani. Vi è piaciuto lo spettacolo?

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Selfie con Salvini ai funerali delle vittime del crollo del cavalcavia Morandi a Genova (fonte: Ansa)

Intorno

C’è un passo del meraviglioso libro “Absolutely Nothing” (che vi consiglio vivamente di procurarvi e leggere il prima possibile, qualora non lo avreste ancora fatto) dove Giorgio Vasta parla della sottile differenza tra rovine e macerie. Il libro è un reportage dell’America più nascosta e brutale, quella dei deserti e delle ghost towns, dove capita appunto di incontrare cartelli stradali che indicano che per le prossime 50 miglia non si incontrerà absolutely nothing. Ed è nel bel mezzo di questo nulla che Vasta accenna a un paragone – all’apparenza assurdo – tra ciò che gli sta intorno e la sua Palermo. Dice (vado a memoria) che ad accomunare i due luoghi è la coesistenza tra la vita quotidiana e le rovine. Le rovine, dice Vasta, sono totalmente diverse dalle macerie: le macerie infatti sono un residuo, una scoria, un inciampo che si tenta o si è tentato di cancellare; le rovine, invece, sono le vestigia di un passato che non si può fingere di ignorare e quindi nemmeno eliminare, e perciò ci si può abituare a una serena convivenza. Non è solo incuria né pigrizia, ma è una assunzione di responsabilità coincidente con la cessazione di ogni sforzo umano: le rovine non le cancelli, a meno che tu sia un idiota che vuole creare un viale maestoso per un rinato impero di carta sventrando Roma oppure un invasato fanatico membro di al Qaeda o Isis.

Ho pensato spesso a questa definizione di Vasta, recentemente. Ho pensato a come le rovine ci stanno intorno, definiscono indirettamente la nostra presenza nel mondo ricordandoci che, davanti al passare del tempo, non possiamo fare quasi mai niente se non accettarlo. Ci ho pensato spesso, recentemente, attraversando le strade più o meno puzzolenti di New York o intrufolandomi nelle sue più o meno inquietanti stazioni della metropolitana. Quando osservo le assi marcite e storte di una casa a due passi dalla nostra, e penso che un tempo quelle assi erano una garanzia di sicurezza e stabilità. Quando seguo con una punta di inquietudine i contorni incrostati di muffa dei muri di una piattaforma della metro ormai in disuso. Sono luoghi abbandonati a se stessi, se li vogliamo definire con la solita e già sentita definizione retorica. Eppure, sono anche luoghi che – magari tra due, o cinque, o tredici anni – torneranno a rivivere.

Chissà, forse a volte gli americani sanno davvero essere filosofi. Forse lo sanno, che per quanto si possa sforzare l’uomo ha dei limiti evidenti, e quindi meglio lasciar perdere e non provarci nemmeno troppo, a sfidare il tempo. Sarà per questo che le case sono di legno, la benzina e le auto costano poco, tutto esiste anche in dimensione “da asporto”. Sarà perché, anche impegnandosi, più di cent’anni sono un limite invalicabile per ciascun essere umano, quindi – forse – è meglio godersi la vita.

Quello che a me rimane è l’inquietudine dell’instabilità, la paura che tutto possa cadere proprio mentre ci sto passando sopra (o sotto) io, la tendenza a rimuovere le macerie.

Ma le rovine, dice Vasta, sono cosa ben diversa dalle macerie.

Intorno