Da qui

Qui – che poi è New York – siamo sei ore indietro rispetto a lì – che poi è l’Italia. Quindi, lì siete più avanti rispetto a qui. E lo siete soprattutto in questi giorni.

Questi sono giorni confusi, prima ancora che tremendi: nessuno sa bene cosa fare per il semplice fatto che è diventato impossibile programmare a breve o a medio termine una qualsiasi attività. Viviamo un tempo in cui l’eccezione è diventata la norma, perciò navighiamo a vista.

Ma in mezzo a questo mare in burrasca, lì siete davvero avanti. Noi vi guardiamo da qui e noi – almeno, noi italiani e quei pochi non italiani con un po’ di realismo – restiamo stupefatti. Dalla paura ma anche dal coraggio, dalla forza del colpo ma anche da quella della reazione. L’Italia si è mobilitata come non mai prima.

Lo so, lo pensate tutti: ma tu che ne sai, tu non sei qui! E infatti a vedervi da qui si soffre due volte: una volta davanti al danno e una seconda sapendo di non poter fare nulla di concreto per dare una mano. Noi non siamo lì, noi siamo qui. I nostri genitori, amici, famiglie, case dell’infanzia, compagni di asilo, luoghi del cuore sono lì; mentre la nostra vita è qui. Non è facile sapere che non è possibile nemmeno immaginarselo, quello che vivete giorno dopo giorno.

Ma vivere qui rende tutto più assurdo per un’altra ragione: vivere qui guardando che succede lì è come sapere in anticipo la fine di una partita o come aspettare vivendo al rallentatore eventi che sono già avvenuti. Soprattutto, vivere qui sapendo cosa sta succedendo è una vera esperienza da Cassandre: noi ce la mettiamo tutta, urlando a squarciagola per avvertire del pericolo che sta arrivando. Ma nessuno, intorno a noi, ci ascolta; anzi, finora ci hanno solo presi in giro.

Quindi che volete che facciamo? Restiamo qui, sperando che non arrivi esattamente quello che è arrivato lì. Qui non abbiamo la sanità nazionale, l’abitudine a cucinare cibo sano in casa e nemmeno quella di pulirci e di tenere pulito. Qui viviamo in una situazione gestita da pazzi criminali, sostenuti dalla massa di beoti che li ha votati ma anche indirettamente dalla inconscia convinzione – vero DNA a stelle e strisce – di essere sempre sicuri di farcela. Perché migliori, più “giovani” e “puri”, Paese del manifest destiny, eccetera. Così, mentre quantomeno le assicurazioni sanitarie vengono costrette a riconoscere la copertura quantomeno del tampone e le università finalmente hanno chiuso consentendoci di lavorare da casa, aspettiamo la buriana.

Oggi c’era un sole magnifico che metteva poca voglia di stare in casa. Siamo usciti a cercare mascherine, guanti e disinfettante per le mani e abbiamo fatto due passi sul fiume. C’era gente, tanta. Come loro, anche noi guardiamo avanti con speranza. E, soprattutto, guardiamo lì.

Riverside Park

Quando piove

New York è una città attiva, almeno all’apparenza. È una città che a qualsiasi ora del giorno formicola di movimento a ogni livello: i treni della metro sferragliano sottoterra, i taxi gialli colorano le strade e non c’è pace né in cielo – attraversato da un continuo viavai di elicotteri e aerei – né sull’acqua – con traghetti e barconi sull’Hudson o l’East River.

New York per questo è una città tridimensionale. Viverci dentro significa entrare in contatto con questo movimento, farlo proprio nei limiti della propria sanità mentale e vivere a 360 gradi. New York non si lascia facilmente guardare: New York ti invita a toccarla, a sporcarla, a renderla tua.

È per questo forse che New York quando piove è così deprimente. Innanzitutto perché perde colore: la luce è un ingrediente fondamentale della vitalità di New York e vi assicuro che si possono trascorrere intere giornate a guardare come le differenti ore del giorno diano sfumature sempre diverse a un panorama qualsiasi, un parco o un fiume ma anche semplicemente un palazzo. E invece, quando piove, predomina un grigio declinato in mille tonalità, tutte però decisamente tristi.

E poi quando piove New York perde la sua tridimensionalità. Invece che uscire a viverla, il cielo grigio invita piuttosto a una sosta sul divano di casa, o dentro un bar, uno schermo di vetro tra noi e lei. La vita non si ferma, certo, ma siamo noi che ci fermiamo, un po’ depressi e un po’ sollevati, e restiamo a guardarla. New York rimane lì a farsi guardare, per una volta. Ma ci mostra il suo lato meno eccezionale: non un vestito di gala ma una tuta di spugna grigia, di quelle del mercato o di pile che tutti ci vergogniamo sotto sotto di portare ma che non scambieremmo per nulla al mondo quando si parla di comodità.

New York oggi è così. Io la guardo da dietro un vetro su cui la vita di dentro si specchia, nell’illusione di continuare a vivere anche fuori.

New York City, Lexington Avenue

Ventuno

Concetto spaziale: mancanza.

Immaginare Fabrizio De André a New York non è poi troppo difficile: anche a New York, per dire, c’è il mare. C’è stato – e da qualche parte c’è ancora – anche il porto, con tutti gli annessi e connessi tipo bar e signorine tanto equivoci quanto disponibili.

Ma a New York manca la collina, mancano le creüze, manca il mugugno del genovese tipico, manca la fugassa e il pesto e chissà cos’altro.

E allora forse è meglio immaginarsi Fabrizio De André solo nel nostro personalissimo e individuale ricordo. Invece che immaginarlo che cammina nelle lunghissime avenues di questa città infinita, intimorito da questi belinoni di americani, meglio posizionarlo nello spazio personale della nostra memoria. Meglio riportare alla mente – e, per un secondo, in vita – quel concerto a cui qualcuno avrà avuto la fortuna di andare, o quel disco comprato per curiosità, o ancora le cassette e i CD consumati a forza di imprimersi nella mente ogni verso e ogni cadenza di quelle che per tutti noi erano canzoni bellissime e imperdibili.

E così, oggi che sono 21 anni (e quasi un giorno, ormai) io ti saluto da qui, da New York, caro Amico fragile. Qui in mezzo ai grattacieli chissà come ti saresti trovato. Io, nel dubbio, ho portato qualche tuo disco e ora ti ascolterò mentre inizia a fare buio.

Feliz

Il rituale è: preparare la valigia, pulire casa, assicurarsi di avere il passaporto, uscire di casa e poi la metro e i controlli della sicurezza. E poi cercare il gate, la fila, salire, la giacca da mettere su e la borsa giù, le scarpe da togliere, le cuffie da mettere, film o serie?

Imbottigliato in una delle file di posti centrali, il volo è una sospensione del tempo che lo spegnimento delle luci dentro la cabina e la notte fuori non fanno che aumentare. Non dormo perché non ci riesco, perché non voglio, perché ho sempre fatto così.

Salire in Valle Camonica da Malpensa è come per un salmone risalire la corrente. Diamo un bacino a Milano, sbirciata di striscio dai finestrini di un pullman, e poi via su un treno e poi su un’auto verso quelle cime innevate laggiù, che sembrano allontanarsi mentre ci avviciniamo.

E poi ritrovare tutto come l’avevo lasciato, quei gesti uguali da tutta una vita, abitudini che non tramonteranno mai. Gli oggetti, in camera mia, mi guardano. Io li guardo, li riconosco, ci salutiamo.

Chiudo gli occhi su un flusso ininterrotto di tempo, ogni momento contemporaneamente dilatato e ristretto. “Chiamiamolo un giorno”, come si dice in inglese per congedarsi da ciò che si decide sia finito.

E Feliz Navidad pazzescamente bella e rapida e dolce, il rimpianto di sapere che sarebbe finita nel momento in cui la stavo iniziando, la speranza impossibile di non vederla andare via.

Feliz

Unearthed

Unearthed è una parola inglese che mi piace molto. Significa “dissotterrato” e mi piace non tanto per il significato in sé ma per come lo esprime: un, prefisso di negazione, si unisce a earth, che significa terra non solo come terreno ma anche come pianeta. Esprime il senso di una vera e propria rimozione dal pianeta, che ci crea e, col passare del tempo, ingloba dentro di sé.

Non ho mai conosciuto i miei nonni materni: venivano da un’altra epoca e non ho proprio fatto in tempo. L’unica forma in cui li ho conosciuti è stata quella della terra del cimitero che li ha inglobati tanti anni fa. Per me, loro sono sempre stati identici a quelle due fotografie in bianco e nero sulla lapide: il nonno con la fronte alta, il naso diritto e un paio di baffi bianchi; la nonna con lo sguardo fiero ma malinconico, qualche filo di grigio nei capelli ancora scuri.

In tutti questi anni mi sono chiesto tante volte come fossero: quale voce avessero, se erano alti o bassi, cosa preferivano mangiare, come si vestivano, quali sigarette fumavano. Me li sono immaginati in mille modi e ho chiesto a mia mamma e ai miei zii innumerevoli volte di parlarmi di loro. Ma il ricordo, anche di quelli a cui abbiamo voluto più bene, prima o poi svanisce; e con quello anche la voce, le espressioni, le facce.

Li avrei potuti finalmente incontrare domani, quando verranno estratti da quella terra e sistemati altrove. Di loro ci sarà ormai ben poco, ma domani usciranno dalla terra che li ha custoditi per tanti anni e, per un breve momento, torneranno all’aria aperta. Ma non sarò lì, purtroppo, e mi toccherà continuare a immaginarmeli. A dare forma alle loro vite, facce, espressioni, parole, concetti, idee, dolori, passioni solo nella mia fantasia.

Nella terra rimarrà, ancora per poco, il calco delle loro presenze. E poi sarà tutto finito.