Intorno

C’è un passo del meraviglioso libro “Absolutely Nothing” (che vi consiglio vivamente di procurarvi e leggere il prima possibile, qualora non lo avreste ancora fatto) dove Giorgio Vasta parla della sottile differenza tra rovine e macerie. Il libro è un reportage dell’America più nascosta e brutale, quella dei deserti e delle ghost towns, dove capita appunto di incontrare cartelli stradali che indicano che per le prossime 50 miglia non si incontrerà absolutely nothing. Ed è nel bel mezzo di questo nulla che Vasta accenna a un paragone – all’apparenza assurdo – tra ciò che gli sta intorno e la sua Palermo. Dice (vado a memoria) che ad accomunare i due luoghi è la coesistenza tra la vita quotidiana e le rovine. Le rovine, dice Vasta, sono totalmente diverse dalle macerie: le macerie infatti sono un residuo, una scoria, un inciampo che si tenta o si è tentato di cancellare; le rovine, invece, sono le vestigia di un passato che non si può fingere di ignorare e quindi nemmeno eliminare, e perciò ci si può abituare a una serena convivenza. Non è solo incuria né pigrizia, ma è una assunzione di responsabilità coincidente con la cessazione di ogni sforzo umano: le rovine non le cancelli, a meno che tu sia un idiota che vuole creare un viale maestoso per un rinato impero di carta sventrando Roma oppure un invasato fanatico membro di al Qaeda o Isis.

Ho pensato spesso a questa definizione di Vasta, recentemente. Ho pensato a come le rovine ci stanno intorno, definiscono indirettamente la nostra presenza nel mondo ricordandoci che, davanti al passare del tempo, non possiamo fare quasi mai niente se non accettarlo. Ci ho pensato spesso, recentemente, attraversando le strade più o meno puzzolenti di New York o intrufolandomi nelle sue più o meno inquietanti stazioni della metropolitana. Quando osservo le assi marcite e storte di una casa a due passi dalla nostra, e penso che un tempo quelle assi erano una garanzia di sicurezza e stabilità. Quando seguo con una punta di inquietudine i contorni incrostati di muffa dei muri di una piattaforma della metro ormai in disuso. Sono luoghi abbandonati a se stessi, se li vogliamo definire con la solita e già sentita definizione retorica. Eppure, sono anche luoghi che – magari tra due, o cinque, o tredici anni – torneranno a rivivere.

Chissà, forse a volte gli americani sanno davvero essere filosofi. Forse lo sanno, che per quanto si possa sforzare l’uomo ha dei limiti evidenti, e quindi meglio lasciar perdere e non provarci nemmeno troppo, a sfidare il tempo. Sarà per questo che le case sono di legno, la benzina e le auto costano poco, tutto esiste anche in dimensione “da asporto”. Sarà perché, anche impegnandosi, più di cent’anni sono un limite invalicabile per ciascun essere umano, quindi – forse – è meglio godersi la vita.

Quello che a me rimane è l’inquietudine dell’instabilità, la paura che tutto possa cadere proprio mentre ci sto passando sopra (o sotto) io, la tendenza a rimuovere le macerie.

Ma le rovine, dice Vasta, sono cosa ben diversa dalle macerie.

Intorno

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Principe libero

Ognuno gli idoli se li sceglie per motivi diversi e personali. Contano il carattere, l’età con le sue fascinazioni mutevoli, le “aspirazioni”, così come la visione del mondo eccetera eccetera.

Uno dei miei idoli è stato – e continua a essere – Fabrizio De André. Un nome che – prima di scoprirlo come cantante – mi affascinava; una voce potente e unica di cui, tra i 14 e i 22 anni, cercai di imparare a memoria tutte le canzoni; il compagno di viaggio di un indimenticabile fine settimana del 2009. E, ora, eccolo finalmente raccontato nel film “Principe libero” dall’interpretazione incredibile di Luca Marinelli. 

Naturalmente, come tutti i fan del gruppo ultras dei “duri&puri”, mi sono avvicinato a questo film con tantissimi pregiudizi (delicato eufemismo). Il trailer diciamo che non aiuta a predisporre gli animi alla benevolenza, forse perché – contrariamente al solito – raggruppa tutti i momenti dimenticabili del film. Che, invece, è davvero molto bello.

Io credo che il senso di questo film sia stato quello di fare conoscere la vita di Fabrizio, sia a chi non lo ha mai approcciato (i giovani, banalmente; il pubblico mainstream di mamma Rai1), sia a chi non ne conosceva tanti dettagli (come dicevo, ognuno si sceglie i propri idoli). È logico che tutto questo presume delle scelte. Ecco, a mio parere le scelte degli sceneggiatori e del regista sono riuscite in pieno a rendere la figura umana (perché è da lì che deriva la ricchezza del De André musicista) di Fabrizio senza mitizzarlo ulteriormente e nemmeno abbassarlo al livello di uomo qualunque. E lo hanno fatto innanzitutto con quella che in letteratura si chiamerebbe una “traduzione infedele”, che mira a rendere la sostanza più che la forma. Prendiamo Marinelli: è romano e non lo nasconde, ed ecco già levarsi le torce indignate del corteo “De André era un genovese, era così difficile fargli studiare un po’ di dizione?” di cui io stesso ho fatto parte. Eppure, somiglianza fisica a parte (peraltro: dici niente!), guardandolo sembra di vedere il vero Fabrizio riapparire sullo schermo. Movimenti, postura, tono della voce, carattere: riecco Fabrizio così come era. E pazienza se l’accento va un po’ a farsi benedire. Senza poi parlare di Gianluca Gobbi nei panni di Paolo Villaggio, Ennio Fantastichini in quelli del padre di Fabrizio, Valentina Bellè come Dori Ghezzi.

Poi, parliamoci chiaro: tre ore sono tante ma non abbastanza, e una scelta narrativa implica sempre delle selezioni. Certe “scorciatoie” forse sono troppo scontate (le acciughe sul banco del pesce e poi parte subito “Le acciughe fanno il pallone“, per dirne una), ma il regista e gli sceneggiatori hanno voluto creare uno spaccato della vita dell’uomo Faber. I dettagli li possiamo tutti andare a cercare su Wikipedia (in che anno uscì quel disco? Quando furono rapiti? Quanto costò il riscatto e chi lo pagò?), mentre qui emergono i lati umani di una figura carismatica e contraddittoria come quella di Fabrizio. Per questo Fabrizio lo si vede poco impegnato a comporre (come è stato giustamente fatto notare): non importava tanto far vedere il suo lavoro di musicista ma la sua vita, fatta di innumerevoli sfaccettature. Da fan, anche io ho trovato un po’ troppo riduttive certe menzioni: un po’ di prostitute qui, due scene con Mannerini là, le bevute sulla spiaggia con Tenco, la fattoria in Sardegna che sembra nascere quasi dal nulla. Ma si è trattato, ripeto, di scelte finalizzate alla costruzione del ritratto – il più originale e onesto possibile – di un uomo. Forse ci destabilizza tanto, questo ritratto, perché ognuno di noi ha il suo proprio Fabrizio e crede che sia l’unico; e vedere un altro Fabrizio, diverso da quella che era la nostra personale inscalfibile certezza, ci dà fastidio.

In sostanza, dunque, guardatevi “Principe libero” perché merita. E poi – auspicio più grande – aprite Spotify o andate in cantina a cercare i suoi dischi o i suoi CD, mettete su una sua canzone e lasciatevi andare ad ascoltarla. Ognuno ha i suoi idoli, ma esistono anche dei campioni di razza che non è mai male (ri)scoprire.

Quelli che scendono a Remedello Sotto

La distanza minore fra due punti è quella percorsa da una retta, e forse è per questo che sulle mappe di Trenord la linea Brescia-Parma è una linea dritta e senza ostacoli. Ma poi, a salirci, gli ostacoli diventano tanti e, a dirla tutta, la rendono un viaggio epico.

La linea Brescia-Parma l’ho scoperta dieci anni fa. Prima non esisteva per nulla nella mia testa, visto che il mio orizzonte mentale ferroviario era limitato al “treno della Valle” da Brescia a Edolo e alla Brescia-Milano. Poi, dieci anni fa appunto, tra le tante scoperte della mia vita è rientrata anche questa linea ferroviaria. Che passa, appunto, da Remedello Sotto.

Remedello Sotto è sotto solo a livello di latitudine, non di metri sul livello del mare: Remedello Sopra è sopra perché si trova poco più a Nord, rendendo qualsiasi ipotetica comparazione con Bergamo di Sopra e di Sotto totalmente fuori luogo. Remedello è un paese della Bassa come ce ne sono tanti, case basse in un minuscolo centro storico, più mucche che abitanti. Ed è a Remedello Sotto che ho scoperto la linea Brescia-Parma.

Ora immaginate con me un pomeriggio qualsiasi di metà gennaio. Nebbia dappertutto, che trasforma in vapore grigio tutto quello che circonda i binari del treno, che corrono dritti e apparentemente senza fine, come tutti i binari che si rispettino. Oltre i binari ci sono rovi, una palizzata che si sta sbriciolando (fatta di quel materiale da ferrovie, tipo cemento armato compattato e marcato col vecchio logo FN o SNFT), campi che sono larghi tratti di verde orizzontale, come strisce perpendicolari al grigio del cielo. La stazione è un blocco giallo sporco, abbandonata a se stessa come un progetto senza speranza a cui non credere mai, su cui campeggia solo il lungo blocco blu col nome del paese. Dal nulla della nebbia, preceduto dalla campanella (chissà se disturba qualcuno, chissà se qualcuno abita davvero in quelle case tristi nel piazzale, con quella Punto grigia davanti, parcheggiata sempre nella stessa posizione), appare il treno.

Non è un mostro come lo descriveva Guccini perché non si può permettere di spaventare nessuno: è solo un vecchio catorcio ansimante, le carrozze con la livrea verde marchiata Trenord, il conducente e il controllore due figure mitologiche rintanate dietro a vetri troppo sporchi per lasciare intravedere qualcosa. Il treno che ferma a Remedello sembra uno zombie che si ferma automaticamente a raccogliere qualche povero disperato.

O a lasciare scendere qualcuno. Il mio sguardo di perenne forestiero, disorientato dal piattume uniforme della Bassa, si incrocia con quelli di chi scende qui. Occhi indiani, nigeriani, bresciani. Occhi di persone che non indovinerò mai, come quel signore nero di due metri buoni, completo elegante e dopobarba raffinato, perdutosi subito nel flusso infinito di una telefonata al cellulare. O come i due giovani sikh, il ciuffo di capelli racchiuso nella stoffa sopra la fronte, che parlano con un accento bresciano più marcato del mio e mi lasciano a chiedermi in quale cascina lavorerà il loro padre, se anche i loro genitori frequentano il tempio a Pessina Cremonese, oppure se sono solo io e le etichette con cui da sempre incaselliamo gli altri a farmeli identificare subito a seconda di una categoria. E poi ancora qualche bresciano della Bassa, con cui condivido la stessa provincia anche se qui il dialetto e la cadenza sono così diversi da quello della Valle.

Ma il treno non fa sconti a nessuno: aspetta paziente che loro scendano e io salga, e richiude le porte dietro me e la mia valigia facendole sbattere con un rumore secco. Dal finestrino mando gli ultimi baci, mentre il vecchio carrozzone con una scossa e una sgasata di nocivo fumo nero abbandona i binari dritti e incassati della stazione di Remedello Sotto (quelli senza rovi, visto che il secondo binario è stato abbandonato) e parte. O, meglio, riparte: perché fermarsi, arrivare e ripartire è la sua routine.

E lascia dietro di sé le piccole vite variopinte di quelli che sono scesi a Remedello Sotto. Perché, nonostante non lo conoscano in molti, c’è anche chi scende a Remedello Sotto. In pochi, spesso, e tutti così diversi tra di loro. In una provincia che subito li assorbe e li dimentica, smangiandoli come fa la nebbia con i tetti delle case.

Diciannove

Belìn Fabrizio, sono diciannove anni oggi che te ne sei andato.

Sei stato tante cose per tanti, e lo sai. Un mito, un’icona, un cantante pazzesco, magari anche uno stronzo per qualcuno.

Tutti ti hanno scoperto a modo loro. Io di te ricordo un nome che fu da subito fascino e tanti CD piratati e ascoltati nei lunghi pomeriggi quando facevo i compiti di educazione tecnica. E poi quel weekend del 2009, il primo non da solo, a seguire i tuoi passi dieci anni dopo il 1999.

I miei cugini sono venuti a vederti dal vivo, io non ho potuto. Ma la cosa più importante è forse che anche oggi, nonostante tutto, tu mi sia venuto in mente. E allora ciao, ti saluto con una foto da un cimitero che non è quello di Staglieno ma è ugualmente bellino.

5 anni fa

A volte il tempo si dilata, a volte il tempo si restringe. A volte il tempo fa degli scherzi.

Per esempio, pensare che cinque anni fa esattamente come oggi terminava – più o meno beffardamente – il mio primo lavoro. Finiva quello che mi era sembrato un sogno (entrare ogni giorno in via Solferino? Al Corriere quello vero? Io?), e mi sentivo proprio una merda. Ricordo anche che quando avevo saputo che non avrei continuato non lo avevo detto ai miei, che proprio in quelle settimane avevano perso una cara persona. 

Poi mi ricordo anche quella sera di Natale in cui inviai il CV per caso, e di lì a una settimana ricevevo la chiamata per un nuovo lavoro. Che si sarebbe rivelato per ciò che era: sarebbe stato determinante per farmi scegliere una strada che mi avrebbe portato lontanissimo.

E adesso sono già passati cinque anni, e se mi guardo allo specchio vedo un’altra persona. Cinque anni fa abitavo in un bilocale con vista su piazzale Loreto, in nero, e avevo una camera da letto col parquet sconquassato che a ogni passo si alzava. Ed ero pieno di idee e di sogni, che poi erano limpide certezze inattuali.

Cinque anni dopo ho realizzato tanta parte di quei sogni, anche se oggi avrei voluto poter fare di più per uno specifico gruppo di persone. Eppure anche oggi ho vissuto, dormito, mangiato, bevuto e – nonostante tutto – pure sorriso.

Cinque anni non sono niente, sono solo un test che ti capita sotto il naso ogni cinque anni.

La voce

Era una voce inconfondibile. Era una voce di uomo che canta, nei campi, d’estate. Capitava inaspettata, mentre distrattamente passeggiavi nel cortile, andando nell’orto a prendere un pomodoro o un fiore.

Era la voce del passato, di un mondo scomparso. Era la voce di chi, come ragione di vita, aveva sempre e solo conosciuto la fatica. Poca scuola, poco italiano, pochi vestiti e poca polenta. Una visita militare che aveva significato la guerra in Russia e poi il ritorno. Se ci penso, mi sembra incredibile che sia stato sempre e solo uno il suo orizzonte, parentesi militare a parte.

Era la voce di un uomo già anziano, ma in gamba. Uno che non pensa alla morte non perché è sbruffone ma perché tanto la morte arriva anche nel letto, e allora perché smettere di andare giù nel prato, e tagliare l’erba, e rastrellare il fieno?

Era la voce anche di un parente, come tutti più o meno in questo piccolo angolo. Era una voce che adesso si è spenta. 

Era solo un uomo, ma scompare un mondo.

Foto trovata al link: http://lanimadellamosca.tumblr.com/post/99661610733/falce-e-martello/amp

Di -ismi e condizionali

A New York ho imparato il significato vero della distanza: pochi centimetri su una mappa corrispondono quasi sempre a ore di metropolitana. Ma New York mi sta insegnando anche l’ottimismo, la reazione positiva e il guardare oltre: i due enormi buchi ora riempiti d’acqua dove c’erano le Torri Gemelle, con la Freedom Tower lì accanto, ne sono il segno più tangibile.

Eppure l’altro ieri mi sono sentito spaventato. Per la prima volta in vita mia ero nella stessa città dove stava avvenendo quello che è stato etichettato come l’ennesimo attacco terroristico a firma ISIS (ma tralasciamo che lo stesso metodo piace anche ai suprematisti bianchi come ci ha insegnato Charlottesville). Non sono stato (non potevo!) coinvolto minimamente; anzi, dopo lezione ho festeggiato Halloween intagliando zucche e sgolosando caramelle.

Però, quel confermare – pigiando un pulsante su Facebook – che stavo bene presso “l’incidente di Manhattan” è stato strano. Strano perché era la prima volta, e strano perché mi ha fatto pensare che forse l’essere umano è capace davvero di abituarsi a tutto. Sabato sera, tre giorni prima dell’attacco, ero in un bar di Long Island City che letteralmente galleggia sopra l’East River. Abbiamo tutti scelto i posti al tavolo per avere davanti le luci di Manhattan coi grattacieli illuminati, gli stop rossi delle auto e dei semafori sulla FDR Drive, le lucine a segnalare le sagome dei ponti tra Manhattan e Brooklyn. E tutti abbiamo pensato a quel giorno di settembre di 16 anni fa, quando – come ha detto uno dei presenti, classe 91 – “la nostra generazione ha avuto per la prima volta paura”. E per un attimo siamo stati lì in silenzio, a immaginare com’era lo skyline dell’isola con le due torri e a chiederci quanto rumore di sirene e di confusione ci sarà stato, quel giorno (anche se il sopracitato amico ci spiegava che ciò che quel giorno colpì fu l’enorme silenzio, come gli confermarono i corrispondenti di Stampa e Corriere che ha recentemente intervistato). 

Ecco, quel giorno abbiamo tutti avuto davvero paura. Ma poi, chissà, forse ci siamo abituati: senza più nessun evento così eclatante, o con eventi altrettanto eclatanti ma che non avevano più la novità assoluta che ebbe il primo, gli attacchi sono diventati quasi una routine. Una notizia da prima pagina ancora, magari, ma che rimanda a sole due pagine in Esteri e non anima più – nel bene e nel male – discussioni e dibattiti.

Il giorno dopo l’attacco ho preso la metro al mattino presto. Era un’alba fantastica, che – avvicinandoci a Manhattan dal ponte di Williamsburg – dava ai grattacieli della città delle tonalità rosa pastello delicate e bellissime. E per un attimo ho pensato che tutti, lì sopra, potevamo essere potenziali vittime. Ma che tutti eravamo lì sopra per andare al lavoro, o a scuola, o da un amico o chissà. Eravamo lì sopra perché dovevamo vivere anche quel giorno, anche il giorno dopo un attacco. E New York lo sapeva, e per questo non ha smesso di non dormire nemmeno quel giorno.

Di -ismi e condizionali