Gli occhi

Uscire di casa al tempo del Covid, in inverno a New York, mi ricorda un’esperienza simile negli effetti e totalmente diversa nelle cause. Era l’inizio del 2016, avevo sulle spalle solo 4 mesi di America e decisi di fare un bel viaggio on the road insieme a Clara, che all’epoca stava in Italia. Tornato in Italia per Natale, ripartimmo il 4 gennaio per Chicago. Fu un viaggio bellissimo, quasi due settimane tra Chicago, Milwaukee (perché? Ma perché è la città col maggior numero di birrifici pro capite d’America e per questa chicca, oh yes) e l’Indiana. Unico problema: un freddo tremendo e spaventoso, con punte quotidiane a -25/-30 gradi Celsius e un continuo vento gelido (d’altronde, Chicago è conosciuta come “the windy city”, la città ventosa) che ci sparava neve e ghiaccio in faccia. Per sopravvivere, era necessario coprire ogni centimetro di pelle. L’unica parte a rimanere scoperta erano gli occhi, con le sopracciglia a riempirsi puntualmente di piccoli cristalli di ghiaccio.

Girare per New York d’inverno al tempo del Covid ripropone ora, per motivi totalmente diversi, la stessa situazione. Alle sciarpe e ai berretti si è aggiunto un altro accessorio, la mascherina. E anche qui, ora, l’unica parte delle facce a rimanere scoperta sono gli occhi. È negli occhi che ci riconosciamo, sperduti come spesso siamo stati in questi mesi. Ritrovare un amico che stavamo aspettando all’angolo di una strada è possibile solo riconoscendone gli occhi. È negli occhi che ci incontriamo, privati come siamo della possibilità di un tipo qualsiasi di contatto fisico. Sono loro a parlarci con chiarezza, a comunicare con assoluta certezza molto meglio delle nostre voci, smorzate sotto gli strati della mascherina.

In quelli degli amici indoviniamo lo stesso senso di familiarità che ci accompagnava anche prima dell’epidemia. Anzi, i nostri occhi – quando incontrano quelli dei nostri amici – fanno di tutto per comunicarsi un minimo di sollievo: battute, frasi scherzose, aneddoti divertenti. Gli occhi allora si illuminano, la pelle intorno sembra farsi più rilassata. Ma quando poi torniamo a essere soli, per strada o sulla metro o al supermercato, intorno a noi ci sono occhi di sconosciuti nei quali, sebbene sconosciuti, ci ritroviamo anche senza esserci mai presentati o parlati di persona: la pelle tirata – un reticolo di rughe che si è decisamente accentuato – incornicia occhi spesso inquieti o preoccupati, e altrettanto spesso persi o annoiati. La sfida sfiancante dell’ottimismo può forse vincere a livello di quello che ci diciamo, ma non al livello inconscio del nostro linguaggio del corpo. E in questo periodo così lungo e sempre uguale, ad accomunarci sono proprio le due principali sensazioni che i nostri occhi comunicano: la paura e la stanchezza.

Oggi festeggiamo un anno esatto dall’ultimo weekend pre-pandemia. Abbiamo visto tanto, in un anno, e vedremo ancora tantissimo. Fino quando continueremo a riconoscerci nei nostri occhi?

Anche i leoni della New York Public Library indossano la mascherina

Un anno

Le ricorrenze tonde sono quelle che sembrano avere più senso perché la cifra tonda ci dà un senso immediato della distanza tra il presente e il passato. Per questo motivo, i giornali italiani che iniziano a ricordarci che è passato ormai un anno dall’inizio dell’emergenza Covid in Italia ci provocano un effetto di sospensione incredula: come è stato possibile che siano già trascorsi 12 mesi? Eppure, è proprio così; eppure, siamo ancora qui. Questa è una frase che vuol dire molto più di quello che sembra: esprime la consapevolezza di chi non ci ha lasciato le penne, e si interroga se sia stato per fortuna o altro, ma anche la desolazione di riconoscere che – vaccini a parte – dopo un anno l’epidemia ancora non è passata del tutto.

Tra gli articoli dedicati all’emergenza, la ricostruzione del Post – una vera e propria storia orale dei primi, drammatici giorni a Bergamo – è quella che mi ha colpito di più per ovvie ragioni biografiche. Anche se ci dipingono come acerrimi rivali, noi bresciani e bergamaschi siamo fondamentalmente due facce della stessa medaglia: sono più le cose che ci accomunano di quelle che ci dividono. Un anno fa non ero a Bergamo e nemmeno a casa dei miei, in Valle Camonica, ma rileggere questa ricostruzione mi ha riportato alla mente tutte le sensazioni che provavo in quei giorni, un senso di appartenenza virtuale con cui la mia mente cercava di superare i 7000 km di Oceano Atlantico che mi dividevano dall’essere fisicamente lì. Quei primi giorni sono stati tremendi per me, non oso quindi immaginare per chi li ha trascorsi nell’epicentro del disastro (che, di lì a non molto, avrebbe poi investito anche la mia provincia, quella di Brescia). Davanti a notizie sempre più tragiche, attaccato a WhatsApp per cercare di sapere – quasi in tempo reale – come stava la mia famiglia e come stavano i miei amici, con i colleghi americani che mi deridevano pensando che come sempre noi italiani stessimo esagerando (oh, quanto avreste rimpianto la vostra spavalderia di lì a poco), l’immagine ricorrente che associavo a quello che stava accadendo era quella del desolante silenzio che, nei film, vediamo nelle città fantasma, abbandonate. Mi immaginavo risalire la Valle Camonica, molto simile alla Val Seriana, e di trovare tutto abbandonato: troppi morti, nessuno in strada, gli unici rumori – come mi raccontavano gli amici su WhatsApp o nelle videochiamate su Zoom, e come ha scritto anche il Post – le sirene delle ambulanze e le campane delle chiese. E, poi, il senso di angoscia costante di sapere che chiunque poteva, all’improvviso, restarci secco: arrivava l’ambulanza e nessuno era più sicuro di tornare a casa vivo.

Eppure, dopo un anno, sono ancora qui. E devo ammettere di essere stato, e di essere tuttora, fortunato: non mi sono ammalato; non ho perso il lavoro; ho ricevuto il vaccino; nessuno della mia famiglia è morto (l’unica ad ammalarsi mia sorella perché infermiera, e all’inizio i dispositivi di protezione scarseggiavano: per un mese abbondante non è riuscita a reggersi in piedi, e i miei potevano visitarla solo raramente visto che gli spostamenti tra comuni erano vietati); infine, ho potuto viaggiare e visitare la mia famiglia in Italia. Ho osservato questi dodici mesi quasi sempre affacciato dalla finestra di casa mia, il vero gesto metaforico di questa pandemia: in questi dodici mesi abbiamo potuto fare davvero poco, oltre a osservare; e una finestra – o uno schermo qualsiasi – sono stati la nostra garanzia contro l’infezione. Il mondo fuori dalla finestra, oltre lo schermo, era il posto peggiore dell’universo: necessario, fondamentale, era stare a casa, evitare di prendere il virus e di portarlo in giro con noi.

Eppure, sono ancora qui. E questi dodici mesi mi hanno fatto capire che, nonostante abbiamo tutti ripetuto fino alla nausea che il virus è democratico perché colpisce tutti, nemmeno questa è esattamente una verità al 100%. È stata la mia finestra a farmelo capire: la mia finestra si trova al tredicesimo piano di un palazzo vecchio di quasi cent’anni, da cui posso vedere il fiume Hudson e – incastrato nella fessura tra i palazzi di fronte – uno spicchio di New Jersey. Se salgo sul terrazzo che si trova in cima al palazzo, al 21esimo piano, vedo quasi tutti i grattacieli famosi della città e persino gli alberi di Central Park (i parchi: una risorsa fondamentale per passeggiare e per la salute mentale). Inoltre, il palazzo si trova in un quartiere ricco, abbastanza pulito e ben tenuto, che in ogni statistica della città di New York risulta da sempre tra quelli con le percentuali minori di contagiati e positivi al virus. In sostanza, una sistemazione non male se comparata con le situazioni più pericolose: non a caso, nelle mappe cittadine che mostrano la percentuale di casi della malattia, le zone più colpite sono sempre quelle meno ricche. Io abito dove abito quasi per caso, altrimenti immagino che questi dodici mesi li avrei passati diversamente: non sono stati una passeggiata, ma ho almeno avuto alcuni comfort non indifferenti. Nel monolocale di venti metri quadri scarsi dove abitavo prima con la mia compagna, dubito che avremmo vissuto la stessa esperienza.

Eppure, siamo ancora qui. Dodici mesi non sono passati invano, lo vediamo giorno dopo giorno: arrivano i vaccini, conosciamo il virus che – sebbene non sia del tutto sotto controllo – ci fa un po’ meno paura di un anno fa. Soprattutto, dodici mesi non sono passati invano perché una caratteristica positiva delle ricorrenze – soprattutto se tonde – è ricordarci del tempo passato. E il tempo che passa equivale a una distanza, mentale quindi critica, che ci aiuta tutti, in primo luogo psicologicamente, come ci ricorda Giuliano Castigliego nel suo libro Il coraggio della fragilità, a fare i conti con quello che è successo. Anche se non abbiamo perso nessuno, infatti, questo virus ci ha colpiti tutti (in questo senso sì, abbastanza democraticamente), e tutti ci sentiamo stanchi e provati per la consapevolezza di sapere che ormai da un anno intero viviamo in questa situazione. Molto rimane da fare per uscirne appieno, ma una cosa mi auguro: che la distanza che ci separa dall’inizio di tutto ci aiuti davvero a cercare di trovare un senso. Non ci spiegheremo mai come sia potuto accadere, probabilmente, ma almeno ricordiamoci che Historia magistra vitae est: che quello che è accaduto ha anche motivazioni umane, legate al nostro stile di vita divenuto ormai insostenibile.

Eppure, siamo ancora qui: dalla mia finestra ho visto passare la primavera, l’estate, l’autunno e un altro inverno. Le nostre vite si sono sospese per un periodo così lungo che ormai sembra la nostra normalità, perciò forse è meglio non immaginare il dopo perché le incertezze rimangono ancora troppe: meglio accontentarsi di andare avanti un passo alla volta, e vedere come va.

Eppure, siamo ancora qui: e, a voler ben vedere, non è poi così irrilevante.

Ventidue

Ricordare è il modo migliore di sfuggire alla morte, ci insegna Proust. Naturalmente, si tratta di illusioni: mica si ritorna in vita per davvero. Ma il linguaggio umano ha questa particolarità preziosa: crea immagini, e non importa se quelle immagini non corrispondono alla vera verità (avete mai fatto caso a quanto è utile il condizionale? Ci permette di rendere concreti i sogni).

Tutto questo per dire che ancora una volta, oggi, scrivo questo post per ricordare la figura di Fabrizio De André nel ventiduesimo anniversario della sua morte. E per ricordare, prima di tutto a me stesso, perché ogni anno decido di ricordarlo così. Dall’anno della sua morte – e dalla prima volta in cui decisi di ricordarlo in questo modo, nel 2009 – sono cambiate così tante cose che mi viene da chiedermi se abbia ancora senso farlo. Sono cambiato io, prima che il mondo, ed è cambiato il mio rapporto con De André.

Se, anche oggi, pubblico questo post, non è dunque per continuare una stanca abitudine a cui non credo più, ma perché si tratta di un modo importante innanzitutto per me, per capire cosa e come sono cambiato in un anno. E poi perché Fabrizio De André continua a occupare un posto di fondamentale importanza nella mia identità, che ormai – a 34 anni e mezzo abbondanti – posso considerare acquisita.

E allora belìn lasciamoci andare, oggi come ogni 11 gennaio (o come, più saggiamente, sempre), a ricordare Faber: invece delle madeleines di Proust un pezzo di focaccia e un bicchiere di whiskey, che è anche meglio.

Marcia

È il 28 ottobre del 1922 la data stabilita passata alla Storia come il giorno in cui si realizzò la marcia su Roma, ovvero l’evento che sancirà la definitiva presa del potere da parte dei fascisti. I responsabili furono molti, e non andrebbero dimenticati mai: il re più cagasotto tra i quattro che ebbero il titolo di sovrani dell’Italia unita; il timore, motivato fino a un certo punto, di una rivolta “rossa”, ovvero dei socialisti e dei comunisti (il biennio rosso aveva davvero fatto paura, ai “padroni”); la difficoltà delle comunicazioni; l’incapacità di leggere la realtà sociale da parte dei governanti; e, non ultimi, i reduci della Prima Guerra Mondiale, che il Paese – dopo avere osannato come eroi – ora rigettava, senza saper cosa farne (e venivano da anni di carneficine e macelli). Senza dimenticare, naturalmente, la prepotenza e tutte le porcherie che i fascisti avevano commesso fino ad allora (quelle future le conosciamo tutti un po’ meglio).

98 anni dopo, ho scelto le parole di due scrittori per ricordare questo evento così drammatico e che tante conseguenze negative ebbe per il nostro Paese. In M, il figlio del secolo, pubblicato da Bompiani nel 2018 e vincitore del Premio Strega 2019, Antonio Scurati descrive la vera realtà dei “rivoluzionari”, quelli che la retorica fascista voleva come rampanti, sicuri, giovani, belli e – soprattutto – fascisti convinti della causa. Ma la realtà è ben diversa: d’altronde, piove pure, governo ladro.

“I giovani rivoluzionari, dopo aver marciato da tutta Italia nella notte per andare all’assalto della Storia, si accampano come primitivi nelle capanne, nelle grotte, cercano riparo dalla pioggia sotto gli olmi. I pagliai umidi o bagnati gli fanno da giaciglio, le calze spugnate sono sostituite da carta di giornale. I ranci sono scarsi – pochi sacchi di patate, gallette di riso. I miserabili derelitti, arrivati nei centri abitati, si gettano sulle fontane ma le trovano asciutte di acqua potabile. Indolenziti, zoppicanti, improvvisati, avanzano. Qualcuno si sfi la gli stivali da cavallerizzo e, portandoli dondolanti sulla schiena, prosegue scalzo. Intorno a loro c’è il deserto. Se avvistano una casa in costruzione, i ragazzi di Mussolini s’illudono. Vi si rifugiano a centinaia. L’acqua vi penetra a torrenti. Ciò nonostante, molti dormono, insensibili a tutto. Altri sonnecchiano, abbrutiti. Non la guerra ma la sussistenza degli uomini occupa l’intero orizzonte della loro esistenza: chiedono pane, inventano mattatoi dove le bestie vengono scannate da macellai improvvisati. Sono “scalzacani”, sono decine di migliaia di giovani venuti da tutto il Paese per fare la rivoluzione ma nessuno gli ordina né di ritirarsi né di attaccare. Come nei tre anni di trincea, sono imprigionati in questa nuova terra di nessuno tra Orte e Tivoli e rimangono, dimenticati, alluvionati, catturati, con la loro cattiveria, con la loro fame di bottino, con i loro ideali, a marcire sotto la pioggia in questo vicolo cieco della storia” (p. 580).

E ancora:

“La marcia s’impantana nel fango, i legionari, dimenticati sotto la pioggia, degradati a ladri di polli, vagano per gli accampamenti, sfiniti in ronde assurde, tremanti per le febbri provocate dai temporali e dalla angoscia di vivere inutilmente, privati di ogni risposta” (p. 590).

Diverso è invece il discorso in Libera nos a malo di Luigi Menghello, pubblicato per la prima volta nel 1963. Questo è infatti un romanzo fortemente autobiografico e, tra le tante vicende del tempo che fu, ecco questo aneddoto dedicato alla marcia su Roma.

“‘Ma tu l’hai poi fatta sul serio la marcia su Roma?’ domando improvvisamente a tavola.
‘Solo fino a Isola’, dice mio padre. Isola è a quattro chilometri da qui, in direzione sud. Dunque era sulla strada giusta. ‘A Isola ho detto che avevo il bambino malato, che eri tu, e così sono tornato a casa. Anzi c’era anche coso, come si chiama, che ha approfittato anche lui dell’occasione per tornare indietro. Ha detto che aveva mal di pancia. Però il mio posto lo ha preso tuo zio Ernesto’.
‘Allora lo zio sì che l’aveva fatta, la marcia su Roma’.
‘Sì’, dice il papà, ‘lui è andato avanti cogli altri al posto mio’.
‘Insomma lui a Roma c’è andato per davvero’.
‘Ah, a Roma no. Si sono fermati due giorni a Vicenza e dopo sono tornati a casa’.
Vicenza è a sedici chilometri, sempre nella direzione giusta”.

Bunker costruito al confine tra Italia e Austria (1936-42), Curon/Passo Resia (Bolzano)

Finisce luglio

Finisce luglio, stanotte, anche a New York.

Finisce luglio anche nell’Upper West Side, e noi ne approfittiamo per non restare da soli e andare a trovare un amico. Una cena insieme, quattro risate, un po’ di italiano che non fa male.

Andiamo in bici, risaliamo Amsterdam Avenue che è un lunghissimo viale, sempre dritto. Un po’ in salita, un po’ in discesa, un po’ al piano. Partiamo che è una New York ancora molto fighetta e ricca, eleganti palazzi con il portiere in giacca e cravatta, e arriviamo che – Columbia a parte – i projects non si contano più, i ristoranti diventano decisamente più popolari e a buon mercato, i marciapiedi si trasformano in dépendances estive delle case e l’inglese si fa lingua di minoranza, superato dallo spagnolo.

L’estate a New York che ci immaginavamo non corrisponde esattamente a questa che stiamo vivendo. Stasera finisce luglio e ci chiediamo, esterrefatti, dove sono andati a finire tutti i giorni di maggio e giugno da quando il semestre è finito. Dove sono andati a finire i nostri progetti, le nostre idee, le nostre proposte di serate fuori? Non ce lo ricordiamo nemmeno a sforzarci.

Stasera finisce luglio, sono le undici passate, prendiamo la bici e scendiamo verso sud facendo Riverside Drive. A sinistra i viali, deserti da mesi di auto e di traffico, sono una lunga striscia nera. A destra il fiume Hudson è una lunga striscia blu. In mezzo c’è la lunga striscia grigia di un marciapiede così largo da essere una ciclabile. Ci sono le nostre ombre che, illuminate ogni tanto dai lampioni, saltellano al ritmo dissestato della pavimentazione sconnessa. Ogni tanto sulle panchine c’è una presenza umana, un homeless che dorme o conta le stelle, due amici che condividono una canna e un panino, una famiglia che si gode il fresco. Basta alzare lo sguardo per vedere sfrecciare, accanto, palazzi eleganti e bellissimi, finestre illuminate, sagome di gente intenta a guardare la TV, ombre di ventilatori che girano sui soffitti. Un topo, grasso e disgustoso, sembra correrci incontro, quasi volesse buttarsi sotto le nostre ruote. E intanto muraglioni e giardini che si sorreggono a vicenda che, chissà perché, sembra quasi di essere a Genova.

Ma stanotte finisce luglio, ovunque, anche a New York. I giorni di luglio andati perduti si aggiungono a quelli di maggio e di giugno. E l’estate entra nel pieno, e a breve sarà già ora di tornare al lavoro.