24

E l’amore ha l’amore come solo argomento

e il tumulto del cielo ha sbagliato momento

D’altronde, se questo vuol dire rubare lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio.

Ciao Fabrizio, continui a mancare sempre tantissimo.

24

Comunicare

Non sono un esperto di comunicazione, né a livello professionale (scrivo su alcuni giornali e non solo, ma il mio focus non è quello) né di studio. Eppure, in queste settimane sono come tutti vittima della campagna elettorale italiana che, come ogni aspetto delle nostre vite, vive di comunicazione. Una comunicazione che, a maggior ragione rispetto a tanti altri settori, ha bisogno soprattutto di veicolare messaggi brevi ma efficaci: al ragionamento si pensa, eventualmente, in un secondo momento, ma nell’immediato bisogna convincere. Come i venditori di enciclopedie o i testimoni di Geova.

A questa sostanza spiccia e immediata si somma oggi un’altra ipervelocità, quella dei social. Che sono, volenti o nolenti, i principali veicoli di comunicazione di oggi. La politica e i social si trovano su un terreno comune, che è appunto la veicolazione di un messaggio rapido se non rapidissimo, una sorta di lampeggiante che attiri il maggior numero possibile di interessati, che poi – si spera – approfondiscano la sostanza.

E quindi penso ci siano alcune considerazioni importanti che possiamo fare, se guardiamo ai social e alla politica. Innanzitutto, ma questa non è una novità, la fortissima personalizzazione: sui social ognuno è il brand di se stesso. Una questione che i politici rendono immediata a chiunque: ce lo ricordiamo ancora Morisi e le strategie della sua “bestia” per attirare consensi a Matteo Salvini? Oppure lo abbiamo già dimenticato, confinato nel passato iperprossimo ma chiuso a compartimenti stagni in cui finisce chiunque viva di comunicazione social una volta esaurita la sua stagione? Pensiamoci, è stato pochi anni fa ma sembra remoto quasi come la Prima Repubblica. Conseguenza di un’impostazione fondata sul galleggiamento in un eterno presente, senza chiedersi mai cosa ci fosse prima e cosa ci sarà dopo (e con un bel “bacione” all’etica e alla responsabilità individuale).

In secondo luogo, i politici e i social – checché se ne dica – manifestano un rapporto verticale e diseguale. Con i social possiamo interagire con il (social media team del/della) politico/a a cui vogliamo assolutamente dire qualcosa, e magari quel (social media team del/della) politico/a ci risponderà pure. Ma credo che il numero di followers, su cui spesso si misura la rilevanza dei politici così come delle altre personalità pubbliche, sia più una sorta di conteggio di sudditi, passivi più che attivi, catturati grazie a strategie mirate di ingaggio.

Ho letto per esempio recentemente un articolo su Wired che contava l’andamento dei followers dei politici su Instagram. E notavo come tale andamento rispecchiasse quello del/della politico/a di turno. Salvini in caduta libera da quando ha fatto cadere Conte, Conte in calo viste le recenti vicende del suo movimento, Meloni in salita come ci racconta ogni sondaggio. Insomma, un fedele rispecchiamento di quello che sappiamo già, come un riverbero della fama positiva o negativa del soggetto in questione.

Non è certo un fattore nuovo, nell’ambito dei social network. Ma trovo che queste dinamiche applicate alla politica contengano alcuni rischi che non andrebbero sottovalutati. Il primo è che ogni politico/a e ogni partito/movimento viene trattato alla stregua di qualsiasi altro contenuto (merce) da promuovere e vendere. Con il risultato che anche le affermazioni più becere e raccapriccianti trovano legittimazione ed espressione pubblica. Il secondo è che questi continui trend ci investono come onde, promuovendo e disarcionando facce con una facilità e una rapidità impressionanti. Quello che era in voga un anno fa giace nel dimenticatoio e se Salvini ci faceva (e fa) rabbrividire, ora ad essere sdoganata è stata Giorgia Meloni e tutto quello che si porta dietro. Il terzo è che la politica rimane un contenuto difficilmente disintermediabile. La forza dei social sta nel rendere accessibile – in forme più o meno concrete – un contenuto. Il fallimento del Movimento 5 Stelle da questo punto di vista testimonia invece che la politica alla fine sembra autotutelarsi e autoassolversi ben al di sopra delle vite dei normali cittadini.

Comunicare

Pettegolezzi

Quello che sappiamo è che è successo davvero, la notte tra il 26 e il 27 agosto 1950.

Sappiamo che un uomo – uno scrittore fresco vincitore di Premio Strega, ma certe cose uno non se le porta mica scritte in faccia, e i social 72 anni fa ancora non c’erano – prenota una stanza all’hotel Roma. Di fronte alla stazione Centrale di Torino, la città dove ha sempre vissuto (nonostante la nascita nelle Langhe e tutto quello che ha immaginato, lui, delle colline). Una sua carissima amica scriverà, dopo, che ha fatto una scelta da turista qualsiasi, lui, proprio nella città che amava tanto e dov’era sempre vissuto.

E sappiamo anche che la mattina dopo lo troveranno morto, disteso – composto, i vestiti in ordine – sul letto: aveva ingerito una quantià smisurata di sonniferi e l’aveva fatta finita così. Sappiamo che la cosa creerà un certo chiacchiericcio, nei giorni seguenti (e pazienza se un giornale sbagliò addirittura a scrivere il suo cognome, regalandogli per l’ultima volta la sorte fittizia che lui amava tanto immaginare e creare per i personaggi dei suoi libri). Sappiamo che, da buon piemontese riservato, lasciò un’ultima raccomandazione, scritta a penna sul frontespizio del libro suo che aveva più caro, aperto sul comodino: non fate troppi pettegolezzi.

Quello che non sappiamo è il tono della sua voce. I pensieri degli ultimi istanti. Si dice che sul davanzale ci fosse cenere, che avesse passato del tempo a bruciare lettere e fogli che non gli servivano più. Mentre lo faceva, cosa pensava? Guardando il viale, la stazione, la città deserta: cosa si sarà detto? Avrà sentito un dolore al petto, quel dolore che prova chi è giudicato troppo sensibile e non capisce come mai la vita per qualcuno vada in una direzione e per qualcun’altro in un’altra, opposta?

Avrà ripensato ai momenti belli, come quelli dell’infanzia? Agli amici, perché “passò il tempo a fare innamorare gli altri di lui”, come scriverà il suo professore del liceo più caro, nonché mezzo padre? Alla gioia incontenibile di vedere il proprio nome stampato su carta? All’orgasmo fulminante provato ad annusare pagine che portano il tuo nome? O anche all’orgoglio di non avere tradito quel primo, lontano ormai, amore, prendendosi otto mesi di confino?

Ma chissà, forse avrà ripensato anche ai momenti meno belli. Alle donne che avrebbe potuto avere e non ebbe, e soprattutto a quelle che volle con tutto se stesso avere ma gli sfilarono via dalla vita? Al dolore sordo di sentirsi dare dell’impotente, respingere due proposte di matrimonio, vedere i libri regalati all’amata (ognuno un pezzo del suo cuore) trattati come pezzi di carta qualsiasi? Alla carne al sangue alla vita che mancavano al suo trionfo più grande?

La pipa non la fumava più da un pezzo, quindi chissà, magari si sarà concesso un’ultima sigaretta (un cliché? Bah). Magari si sarà guardato nello specchio, con quel sorriso malinconico di chi vorrebbe da tutta la vita ma non ha mai potuto. Si sarebbe visto un’ultima volta, magari pensando che come ci vedono gli altri non corrisponde mai a come ci vediamo noi. Un ultimo, amaro sorriso. La gioia più grande è cominciare, ma ora non più.

O chissà, da piemontese qual era, forse avrà solo borbottato “fuma ch’anduma”. Per poi togliere per sempre il disturbo: perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

(Il 27 agosto 1950 Cesare Pavese veniva rinvenuto cadavere: si era ucciso con molte, troppe bustine di sonnifero. D’altronde, come aveva scritto, “i suicidi sono omicidi timidi”. Cesare Pavese è una figura intellettuale fondamentale del ‘900: poeta sperimentatore, romanziere geniale e brillante, traduttore visionario e coraggioso, editore attento e scrupoloso. Soprattutto, è stato un essere umano che ha cercato di comprendere il mistero dell’umanità, di cui sentiva appieno di fare parte. Rimane un uomo fondamentale, nella cui scrittura mi sono tante volte ritrovato e in cui continuo a ritrovarmi: per questo lo studio, lo indago, lo scruto).

Un anno

Le ricorrenze tonde sono quelle che sembrano avere più senso perché la cifra tonda ci dà un senso immediato della distanza tra il presente e il passato. Per questo motivo, i giornali italiani che iniziano a ricordarci che è passato ormai un anno dall’inizio dell’emergenza Covid in Italia ci provocano un effetto di sospensione incredula: come è stato possibile che siano già trascorsi 12 mesi? Eppure, è proprio così; eppure, siamo ancora qui. Questa è una frase che vuol dire molto più di quello che sembra: esprime la consapevolezza di chi non ci ha lasciato le penne, e si interroga se sia stato per fortuna o altro, ma anche la desolazione di riconoscere che – vaccini a parte – dopo un anno l’epidemia ancora non è passata del tutto.

Tra gli articoli dedicati all’emergenza, la ricostruzione del Post – una vera e propria storia orale dei primi, drammatici giorni a Bergamo – è quella che mi ha colpito di più per ovvie ragioni biografiche. Anche se ci dipingono come acerrimi rivali, noi bresciani e bergamaschi siamo fondamentalmente due facce della stessa medaglia: sono più le cose che ci accomunano di quelle che ci dividono. Un anno fa non ero a Bergamo e nemmeno a casa dei miei, in Valle Camonica, ma rileggere questa ricostruzione mi ha riportato alla mente tutte le sensazioni che provavo in quei giorni, un senso di appartenenza virtuale con cui la mia mente cercava di superare i 7000 km di Oceano Atlantico che mi dividevano dall’essere fisicamente lì. Quei primi giorni sono stati tremendi per me, non oso quindi immaginare per chi li ha trascorsi nell’epicentro del disastro (che, di lì a non molto, avrebbe poi investito anche la mia provincia, quella di Brescia). Davanti a notizie sempre più tragiche, attaccato a WhatsApp per cercare di sapere – quasi in tempo reale – come stava la mia famiglia e come stavano i miei amici, con i colleghi americani che mi deridevano pensando che come sempre noi italiani stessimo esagerando (oh, quanto avreste rimpianto la vostra spavalderia di lì a poco), l’immagine ricorrente che associavo a quello che stava accadendo era quella del desolante silenzio che, nei film, vediamo nelle città fantasma, abbandonate. Mi immaginavo risalire la Valle Camonica, molto simile alla Val Seriana, e di trovare tutto abbandonato: troppi morti, nessuno in strada, gli unici rumori – come mi raccontavano gli amici su WhatsApp o nelle videochiamate su Zoom, e come ha scritto anche il Post – le sirene delle ambulanze e le campane delle chiese. E, poi, il senso di angoscia costante di sapere che chiunque poteva, all’improvviso, restarci secco: arrivava l’ambulanza e nessuno era più sicuro di tornare a casa vivo.

Eppure, dopo un anno, sono ancora qui. E devo ammettere di essere stato, e di essere tuttora, fortunato: non mi sono ammalato; non ho perso il lavoro; ho ricevuto il vaccino; nessuno della mia famiglia è morto (l’unica ad ammalarsi mia sorella perché infermiera, e all’inizio i dispositivi di protezione scarseggiavano: per un mese abbondante non è riuscita a reggersi in piedi, e i miei potevano visitarla solo raramente visto che gli spostamenti tra comuni erano vietati); infine, ho potuto viaggiare e visitare la mia famiglia in Italia. Ho osservato questi dodici mesi quasi sempre affacciato dalla finestra di casa mia, il vero gesto metaforico di questa pandemia: in questi dodici mesi abbiamo potuto fare davvero poco, oltre a osservare; e una finestra – o uno schermo qualsiasi – sono stati la nostra garanzia contro l’infezione. Il mondo fuori dalla finestra, oltre lo schermo, era il posto peggiore dell’universo: necessario, fondamentale, era stare a casa, evitare di prendere il virus e di portarlo in giro con noi.

Eppure, sono ancora qui. E questi dodici mesi mi hanno fatto capire che, nonostante abbiamo tutti ripetuto fino alla nausea che il virus è democratico perché colpisce tutti, nemmeno questa è esattamente una verità al 100%. È stata la mia finestra a farmelo capire: la mia finestra si trova al tredicesimo piano di un palazzo vecchio di quasi cent’anni, da cui posso vedere il fiume Hudson e – incastrato nella fessura tra i palazzi di fronte – uno spicchio di New Jersey. Se salgo sul terrazzo che si trova in cima al palazzo, al 21esimo piano, vedo quasi tutti i grattacieli famosi della città e persino gli alberi di Central Park (i parchi: una risorsa fondamentale per passeggiare e per la salute mentale). Inoltre, il palazzo si trova in un quartiere ricco, abbastanza pulito e ben tenuto, che in ogni statistica della città di New York risulta da sempre tra quelli con le percentuali minori di contagiati e positivi al virus. In sostanza, una sistemazione non male se comparata con le situazioni più pericolose: non a caso, nelle mappe cittadine che mostrano la percentuale di casi della malattia, le zone più colpite sono sempre quelle meno ricche. Io abito dove abito quasi per caso, altrimenti immagino che questi dodici mesi li avrei passati diversamente: non sono stati una passeggiata, ma ho almeno avuto alcuni comfort non indifferenti. Nel monolocale di venti metri quadri scarsi dove abitavo prima con la mia compagna, dubito che avremmo vissuto la stessa esperienza.

Eppure, siamo ancora qui. Dodici mesi non sono passati invano, lo vediamo giorno dopo giorno: arrivano i vaccini, conosciamo il virus che – sebbene non sia del tutto sotto controllo – ci fa un po’ meno paura di un anno fa. Soprattutto, dodici mesi non sono passati invano perché una caratteristica positiva delle ricorrenze – soprattutto se tonde – è ricordarci del tempo passato. E il tempo che passa equivale a una distanza, mentale quindi critica, che ci aiuta tutti, in primo luogo psicologicamente, come ci ricorda Giuliano Castigliego nel suo libro Il coraggio della fragilità, a fare i conti con quello che è successo. Anche se non abbiamo perso nessuno, infatti, questo virus ci ha colpiti tutti (in questo senso sì, abbastanza democraticamente), e tutti ci sentiamo stanchi e provati per la consapevolezza di sapere che ormai da un anno intero viviamo in questa situazione. Molto rimane da fare per uscirne appieno, ma una cosa mi auguro: che la distanza che ci separa dall’inizio di tutto ci aiuti davvero a cercare di trovare un senso. Non ci spiegheremo mai come sia potuto accadere, probabilmente, ma almeno ricordiamoci che Historia magistra vitae est: che quello che è accaduto ha anche motivazioni umane, legate al nostro stile di vita divenuto ormai insostenibile.

Eppure, siamo ancora qui: dalla mia finestra ho visto passare la primavera, l’estate, l’autunno e un altro inverno. Le nostre vite si sono sospese per un periodo così lungo che ormai sembra la nostra normalità, perciò forse è meglio non immaginare il dopo perché le incertezze rimangono ancora troppe: meglio accontentarsi di andare avanti un passo alla volta, e vedere come va.

Eppure, siamo ancora qui: e, a voler ben vedere, non è poi così irrilevante.

Ventitré

E così, caro Fabrizio, oggi sono ventitré anni che non ci sei più. Persino la tua morte ha raggiunto, e non da poco, la maggiore età. Eppure, non ti dimentichiamo.

Sono anni tremendi questi, Fabrizio: altro che “giornate furibonde senza atti d’amore”, qui siamo proprio conciati malissimo. Tra poco ricorrerà un’altra ricorrenza, altrettanto triste ma che vorremmo tutti dimenticare: due anni da quando un invisibile virus ci ha ribaltato la vita. Due anni in cui abbiamo dovuto riconsiderare tanto, quasi tutto; soprattutto, due anni in cui ciò che era scontato è andato improvvisamente a ramengo. E non ci si capisce ormai più nulla, e ci tocca navigare a vista, tra speranze sempre più deboli e timori sempre più concreti.

Ma la cosa davvero più deprimente la sai qual è, Fabrizio? È che, nei mesi più terribili, quando nuotavano in mezzo alla merda e nessuno era sicuro di riuscire a sopravvivere a questo virus del cavolo, ci siamo riscoperti umani. Pronti a aiutare, in mille modi diversi, il nostro prossimo; fiduciosi in un futuro che stava a noi rendere migliore, e che non poteva che esserlo; pronti a credere in slogan e a progettare miglioramenti.

È durata poco. In un attimo, con i vaccini e la speranza di sfangarla, siamo tornati le solite bestie di prima. Nessuna fiducia nel prossimo, men che meno se dotato di una laurea in medicina; profeti di stronzate che vengono dipinti come capipopolo anche se non sanno guidare manco la macchina; e la solita, vecchia e atroce predominanza del ricco sul povero, del forte sul debole.

Fa un po’ raccapricciare, tutto questo. Meno male che abbiamo almeno le tue canzoni, a ricordarci che per essere umani ci vuole davvero poco. Basta soltanto volerlo.

Ciao, Amico Fragile: ci sentiamo tra un anno.

Il cielo sopra New York: guardare in alto fa sempre bene