Semestri

Gli americani amano le scansioni precise, che segnano i cambiamenti delle stagioni. Accademicamente parlando, nelle università americane si va per semestri (che poi non durano mai sei mesi precisi, ma questo è un altro discorso).

Il semestre di primavera del 2019, a Hunter College, termina oggi, martedì 14 maggio. Tra pochi giorni ci saranno gli esami, poi il rompere le righe definitivo di tutti (me compreso) verso altri pensieri. Resteranno, impigliate come piccoli ostacoli verso la tanto agognata libertà estiva, le email di chi vuole discutere (o recriminare) sul suo voto. Ma sono cose che si risolvono col mestiere.

Lascerà una piccola traccia, questo semestre? Quando torneranno a sedersi in queste aule, tra 3 mesi, qualcuno di questi studenti si ricorderà – sentendola nominare dal nuovo professore di italiano – una sola delle regole che ho cercato di spiegare io, con esempi più o meno buffi, con slides più o meno animate? Chissà.

Quando mi incontreranno nei corridoi, i miei ex studenti, mi saluteranno. Oppure si nasconderanno, o faranno finta di non conoscermi. E intanto io archivio anche questo semestre, ci metto una spunta accanto a segnarlo come “completo” nella lista delle incombenze che mi porteranno a conquistarmi un mestiere, lo saluto come cosa passata, esaurita, conclusa.

Lo metto via, come i pennarelli che ho usato per un semestre e che ora sono esauriti. E finiscono nel cestino per essere riciclati.

In attesa di un altro semestre, uguale e diverso da tutti quelli passati.

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Venti

Questa volta ho aspettato le sei di sera, Fabrizio. Ho dovuto aspettare quest’ora perché nell’angolo di mondo dove sono in questi giorni le sei di sera sono la mezzanotte nell’angolo di mondo dove sei tu. E quindi, siccome ci tengo alle cerimonie e alle ricorrenze, non potevo certo anticipare. Soprattutto, in una ricorrenza tonda tonda come questa.

L’angolo di mondo dove sono, in questi giorni, ti avrebbe incuriosito. Prima di tutto, c’è il mare; ma non un mare che si farà lupo, o sciacallo, come quello della London Valour (anche se le petroliere non mancano nemmeno qui intorno). È un mare azzurro e blu, di tonalità infinite che a provare a distinguerle una dall’altra sembra quasi di perdere la ragione. È un mare dove non so se le acciughe farebbero il pallone ma dove nuotano tartarughe e razze e pesci e pure squaletti.

E poi ti piacerebbe questa natura selvaggia. Se vogliamo fare un paragone – esagerato come i paragoni esagerati di occasioni come queste – il posto dove sto è una Agnata tropicale. Ci sono le case, gli spazi comuni, e ci sono soprattutto animali liberi: piccoli granchi eremita, tartarughe, pappagalli, gatti ma anche galline che scorrazzano libere.

Il posto dove sono ti potrebbe piacere perché è in quell’America che fa da sfondo anche al tuo Indiano. Posti meravigliosi che l’uomo bianco ha colonizzato e poi ripetutamente provato a distruggere. Posti dove la cultura e la gente sono mix di provenienze improbabili, dove i resti dell’antica schiavitù giacciono nascosti e dimenticati per fare posto agli sfavillanti resort di quelli che – ci scommetto – ti inviterebbero solo per metterti una chitarra in mano, e che tu manderesti allegramente affanculo.

Oggi sono vent’anni che ci hai lasciati, Fabrizio. Dieci anni fa ti sono venuto a cercare nei caruggi di Genova, in quella che è stata la prima vacanza con lei che, pensa, dieci anni dopo è ancora con me, a ricordarti (e non solo): non più a Genova, stavolta, ma alla fine uno come te lo si può ricordare dappertutto.

Come tutti, aspetterò domani per avere nostalgia, Fabrizio, insieme alla mia signorina Anarchia/Fantasia. La notte dei Caraibi è dolce e malinconica: è calda e umida, ti lascia intravedere tutte le stelle e ti lascia subito al buio, ad aspettare il mattino. Che ti arrivi un ricordo anche da quaggiù, Fabrizio, come da ogni parte del mondo.

Che spettacolo

Viene voglia di gettare la spugna e abbandonarsi a un laconico “che schifo”, davanti a quello che è successo a Genova in occasione dei funerali dei morti per il crollo del Ponte Morandi. E non è soltanto una questione di dignità, o di qualsiasi parolone che applichiamo a seconda delle convenienze senza saperne del tutto il significato: è semplicemente una questione di logica. Una logica che non esiste più, è stata ribaltata e funziona ora in base a chi urla più forte degli altri.

Come è possibile che anche un funerale diventi un momento per farsi i selfie e ricevere applausi dai propri “fan”, mi chiedo (riporto la notizia dall’Ansa, che non mi pare si possa considerare un organo di informazione di parte), e spero che come me se lo chiedano in tanti. Perché questo è davvero il segno che non c’è proprio più nulla da fare: quando la gente, soprattutto se assemblata tutta insieme nello stesso posto, vuole farsi prendere per il culo, è inutile cercare di farla ragionare. E non è una questione da “ci sono in ballo emozioni forti”, perché le emozioni c’entrano fino a un certo punto: il mio è un discorso che ormai vale per qualsiasi circostanza, come provano certe conversazioni su Facebook a cui ognuno di noi può assistere. Io continuavo a crederci, a cercare di capire: l’esasperazione può portare chiunque a scelte sconsiderate, lo so. Ma poi, a mente fredda, sono scelte di cui ci si pente, le si riconsidera e soprattutto le si sconfessa. Ma stavolta no, non ha più senso sperarlo, non c’è nessun margine di salvataggio.

Quando una folla (sicuramente composta da quelle “brave persone” che sono da sempre la categoria più pericolosa, visto che vanno dove va il vento – soprattutto quando tira burrasca – ma in quanto brave persone non sono mai colpevoli di nulla) si mette a fischiare dei politici e ad applaudirne altri, e a farsi i selfie con loro, è una folla di gente che ha scelto di disattivare il cervello. E non è più possibile salvarla perché qualsiasi cosa si dica loro di sensato non verrà ascoltato.

No, non è più questione di legittima manifestazione di dissenso e di democrazia: avete rotto con questa storia che tutti dobbiamo avere lo stesso peso. Abbiamo tutti lo stesso spazio virtuale, ormai, lo stesso balcone sotto a cui radunare la nostra folla armata di forconi oppure di striscioni: lo sto facendo anche io, ora, con questo post. Ma non è vero che tutti abbiamo lo stesso peso, che siamo tutti equiparabili: no, non lo è, non può esserlo. Servono confini, utili perché separano i competenti dagli incompetenti; e serve capire che sì, sicuramente ci sono manipolazioni e sotterfugi alle spalle della “gente”, ma che demolire del tutto questi confini non ha assolutamente senso.

E quindi sì, continuate pure a comportarvi come se foste sempre in una curva di uno stadio: io, che mi ritengo una persona abbastanza colta e istruita, so che in curva divento un animale. Che il cervello si spegne perché contano solo le urla, i pugni, intimidire gli altri che sono tutti “nemici” a prescindere. Continuate, felici e beati della vostra idiozia e delle vostre frustrazioni elevate a metro di giudizio dell’universo, sentendovi pure nel giusto. Quelli come voi, a Mezzarro, li chiamano “tabì”: sono quelli che non solo non si accorgono di essere così sciocchi da farsi prendere in giro da tutti, ma che continuano a bearsi della loro stupidità. Perché la scambiano per un pregio, una qualità, un plus: ma è soltanto l’ennesima dimostrazione del loro essere ignoranti nel senso più letterale del termine, cioè vantandosi della propria personale incapacità.

Bravi, battete le mani. Vi è piaciuto lo spettacolo?

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Selfie con Salvini ai funerali delle vittime del crollo del cavalcavia Morandi a Genova (fonte: Ansa)

Intorno

C’è un passo del meraviglioso libro “Absolutely Nothing” (che vi consiglio vivamente di procurarvi e leggere il prima possibile, qualora non lo avreste ancora fatto) dove Giorgio Vasta parla della sottile differenza tra rovine e macerie. Il libro è un reportage dell’America più nascosta e brutale, quella dei deserti e delle ghost towns, dove capita appunto di incontrare cartelli stradali che indicano che per le prossime 50 miglia non si incontrerà absolutely nothing. Ed è nel bel mezzo di questo nulla che Vasta accenna a un paragone – all’apparenza assurdo – tra ciò che gli sta intorno e la sua Palermo. Dice (vado a memoria) che ad accomunare i due luoghi è la coesistenza tra la vita quotidiana e le rovine. Le rovine, dice Vasta, sono totalmente diverse dalle macerie: le macerie infatti sono un residuo, una scoria, un inciampo che si tenta o si è tentato di cancellare; le rovine, invece, sono le vestigia di un passato che non si può fingere di ignorare e quindi nemmeno eliminare, e perciò ci si può abituare a una serena convivenza. Non è solo incuria né pigrizia, ma è una assunzione di responsabilità coincidente con la cessazione di ogni sforzo umano: le rovine non le cancelli, a meno che tu sia un idiota che vuole creare un viale maestoso per un rinato impero di carta sventrando Roma oppure un invasato fanatico membro di al Qaeda o Isis.

Ho pensato spesso a questa definizione di Vasta, recentemente. Ho pensato a come le rovine ci stanno intorno, definiscono indirettamente la nostra presenza nel mondo ricordandoci che, davanti al passare del tempo, non possiamo fare quasi mai niente se non accettarlo. Ci ho pensato spesso, recentemente, attraversando le strade più o meno puzzolenti di New York o intrufolandomi nelle sue più o meno inquietanti stazioni della metropolitana. Quando osservo le assi marcite e storte di una casa a due passi dalla nostra, e penso che un tempo quelle assi erano una garanzia di sicurezza e stabilità. Quando seguo con una punta di inquietudine i contorni incrostati di muffa dei muri di una piattaforma della metro ormai in disuso. Sono luoghi abbandonati a se stessi, se li vogliamo definire con la solita e già sentita definizione retorica. Eppure, sono anche luoghi che – magari tra due, o cinque, o tredici anni – torneranno a rivivere.

Chissà, forse a volte gli americani sanno davvero essere filosofi. Forse lo sanno, che per quanto si possa sforzare l’uomo ha dei limiti evidenti, e quindi meglio lasciar perdere e non provarci nemmeno troppo, a sfidare il tempo. Sarà per questo che le case sono di legno, la benzina e le auto costano poco, tutto esiste anche in dimensione “da asporto”. Sarà perché, anche impegnandosi, più di cent’anni sono un limite invalicabile per ciascun essere umano, quindi – forse – è meglio godersi la vita.

Quello che a me rimane è l’inquietudine dell’instabilità, la paura che tutto possa cadere proprio mentre ci sto passando sopra (o sotto) io, la tendenza a rimuovere le macerie.

Ma le rovine, dice Vasta, sono cosa ben diversa dalle macerie.

Intorno

Principe libero

Ognuno gli idoli se li sceglie per motivi diversi e personali. Contano il carattere, l’età con le sue fascinazioni mutevoli, le “aspirazioni”, così come la visione del mondo eccetera eccetera.

Uno dei miei idoli è stato – e continua a essere – Fabrizio De André. Un nome che – prima di scoprirlo come cantante – mi affascinava; una voce potente e unica di cui, tra i 14 e i 22 anni, cercai di imparare a memoria tutte le canzoni; il compagno di viaggio di un indimenticabile fine settimana del 2009. E, ora, eccolo finalmente raccontato nel film “Principe libero” dall’interpretazione incredibile di Luca Marinelli. 

Naturalmente, come tutti i fan del gruppo ultras dei “duri&puri”, mi sono avvicinato a questo film con tantissimi pregiudizi (delicato eufemismo). Il trailer diciamo che non aiuta a predisporre gli animi alla benevolenza, forse perché – contrariamente al solito – raggruppa tutti i momenti dimenticabili del film. Che, invece, è davvero molto bello.

Io credo che il senso di questo film sia stato quello di fare conoscere la vita di Fabrizio, sia a chi non lo ha mai approcciato (i giovani, banalmente; il pubblico mainstream di mamma Rai1), sia a chi non ne conosceva tanti dettagli (come dicevo, ognuno si sceglie i propri idoli). È logico che tutto questo presume delle scelte. Ecco, a mio parere le scelte degli sceneggiatori e del regista sono riuscite in pieno a rendere la figura umana (perché è da lì che deriva la ricchezza del De André musicista) di Fabrizio senza mitizzarlo ulteriormente e nemmeno abbassarlo al livello di uomo qualunque. E lo hanno fatto innanzitutto con quella che in letteratura si chiamerebbe una “traduzione infedele”, che mira a rendere la sostanza più che la forma. Prendiamo Marinelli: è romano e non lo nasconde, ed ecco già levarsi le torce indignate del corteo “De André era un genovese, era così difficile fargli studiare un po’ di dizione?” di cui io stesso ho fatto parte. Eppure, somiglianza fisica a parte (peraltro: dici niente!), guardandolo sembra di vedere il vero Fabrizio riapparire sullo schermo. Movimenti, postura, tono della voce, carattere: riecco Fabrizio così come era. E pazienza se l’accento va un po’ a farsi benedire. Senza poi parlare di Gianluca Gobbi nei panni di Paolo Villaggio, Ennio Fantastichini in quelli del padre di Fabrizio, Valentina Bellè come Dori Ghezzi.

Poi, parliamoci chiaro: tre ore sono tante ma non abbastanza, e una scelta narrativa implica sempre delle selezioni. Certe “scorciatoie” forse sono troppo scontate (le acciughe sul banco del pesce e poi parte subito “Le acciughe fanno il pallone“, per dirne una), ma il regista e gli sceneggiatori hanno voluto creare uno spaccato della vita dell’uomo Faber. I dettagli li possiamo tutti andare a cercare su Wikipedia (in che anno uscì quel disco? Quando furono rapiti? Quanto costò il riscatto e chi lo pagò?), mentre qui emergono i lati umani di una figura carismatica e contraddittoria come quella di Fabrizio. Per questo Fabrizio lo si vede poco impegnato a comporre (come è stato giustamente fatto notare): non importava tanto far vedere il suo lavoro di musicista ma la sua vita, fatta di innumerevoli sfaccettature. Da fan, anche io ho trovato un po’ troppo riduttive certe menzioni: un po’ di prostitute qui, due scene con Mannerini là, le bevute sulla spiaggia con Tenco, la fattoria in Sardegna che sembra nascere quasi dal nulla. Ma si è trattato, ripeto, di scelte finalizzate alla costruzione del ritratto – il più originale e onesto possibile – di un uomo. Forse ci destabilizza tanto, questo ritratto, perché ognuno di noi ha il suo proprio Fabrizio e crede che sia l’unico; e vedere un altro Fabrizio, diverso da quella che era la nostra personale inscalfibile certezza, ci dà fastidio.

In sostanza, dunque, guardatevi “Principe libero” perché merita. E poi – auspicio più grande – aprite Spotify o andate in cantina a cercare i suoi dischi o i suoi CD, mettete su una sua canzone e lasciatevi andare ad ascoltarla. Ognuno ha i suoi idoli, ma esistono anche dei campioni di razza che non è mai male (ri)scoprire.

Quelli che scendono a Remedello Sotto

La distanza minore fra due punti è quella percorsa da una retta, e forse è per questo che sulle mappe di Trenord la linea Brescia-Parma è una linea dritta e senza ostacoli. Ma poi, a salirci, gli ostacoli diventano tanti e, a dirla tutta, la rendono un viaggio epico.

La linea Brescia-Parma l’ho scoperta dieci anni fa. Prima non esisteva per nulla nella mia testa, visto che il mio orizzonte mentale ferroviario era limitato al “treno della Valle” da Brescia a Edolo e alla Brescia-Milano. Poi, dieci anni fa appunto, tra le tante scoperte della mia vita è rientrata anche questa linea ferroviaria. Che passa, appunto, da Remedello Sotto.

Remedello Sotto è sotto solo a livello di latitudine, non di metri sul livello del mare: Remedello Sopra è sopra perché si trova poco più a Nord, rendendo qualsiasi ipotetica comparazione con Bergamo di Sopra e di Sotto totalmente fuori luogo. Remedello è un paese della Bassa come ce ne sono tanti, case basse in un minuscolo centro storico, più mucche che abitanti. Ed è a Remedello Sotto che ho scoperto la linea Brescia-Parma.

Ora immaginate con me un pomeriggio qualsiasi di metà gennaio. Nebbia dappertutto, che trasforma in vapore grigio tutto quello che circonda i binari del treno, che corrono dritti e apparentemente senza fine, come tutti i binari che si rispettino. Oltre i binari ci sono rovi, una palizzata che si sta sbriciolando (fatta di quel materiale da ferrovie, tipo cemento armato compattato e marcato col vecchio logo FN o SNFT), campi che sono larghi tratti di verde orizzontale, come strisce perpendicolari al grigio del cielo. La stazione è un blocco giallo sporco, abbandonata a se stessa come un progetto senza speranza a cui non credere mai, su cui campeggia solo il lungo blocco blu col nome del paese. Dal nulla della nebbia, preceduto dalla campanella (chissà se disturba qualcuno, chissà se qualcuno abita davvero in quelle case tristi nel piazzale, con quella Punto grigia davanti, parcheggiata sempre nella stessa posizione), appare il treno.

Non è un mostro come lo descriveva Guccini perché non si può permettere di spaventare nessuno: è solo un vecchio catorcio ansimante, le carrozze con la livrea verde marchiata Trenord, il conducente e il controllore due figure mitologiche rintanate dietro a vetri troppo sporchi per lasciare intravedere qualcosa. Il treno che ferma a Remedello sembra uno zombie che si ferma automaticamente a raccogliere qualche povero disperato.

O a lasciare scendere qualcuno. Il mio sguardo di perenne forestiero, disorientato dal piattume uniforme della Bassa, si incrocia con quelli di chi scende qui. Occhi indiani, nigeriani, bresciani. Occhi di persone che non indovinerò mai, come quel signore nero di due metri buoni, completo elegante e dopobarba raffinato, perdutosi subito nel flusso infinito di una telefonata al cellulare. O come i due giovani sikh, il ciuffo di capelli racchiuso nella stoffa sopra la fronte, che parlano con un accento bresciano più marcato del mio e mi lasciano a chiedermi in quale cascina lavorerà il loro padre, se anche i loro genitori frequentano il tempio a Pessina Cremonese, oppure se sono solo io e le etichette con cui da sempre incaselliamo gli altri a farmeli identificare subito a seconda di una categoria. E poi ancora qualche bresciano della Bassa, con cui condivido la stessa provincia anche se qui il dialetto e la cadenza sono così diversi da quello della Valle.

Ma il treno non fa sconti a nessuno: aspetta paziente che loro scendano e io salga, e richiude le porte dietro me e la mia valigia facendole sbattere con un rumore secco. Dal finestrino mando gli ultimi baci, mentre il vecchio carrozzone con una scossa e una sgasata di nocivo fumo nero abbandona i binari dritti e incassati della stazione di Remedello Sotto (quelli senza rovi, visto che il secondo binario è stato abbandonato) e parte. O, meglio, riparte: perché fermarsi, arrivare e ripartire è la sua routine.

E lascia dietro di sé le piccole vite variopinte di quelli che sono scesi a Remedello Sotto. Perché, nonostante non lo conoscano in molti, c’è anche chi scende a Remedello Sotto. In pochi, spesso, e tutti così diversi tra di loro. In una provincia che subito li assorbe e li dimentica, smangiandoli come fa la nebbia con i tetti delle case.

Diciannove

Belìn Fabrizio, sono diciannove anni oggi che te ne sei andato.

Sei stato tante cose per tanti, e lo sai. Un mito, un’icona, un cantante pazzesco, magari anche uno stronzo per qualcuno.

Tutti ti hanno scoperto a modo loro. Io di te ricordo un nome che fu da subito fascino e tanti CD piratati e ascoltati nei lunghi pomeriggi quando facevo i compiti di educazione tecnica. E poi quel weekend del 2009, il primo non da solo, a seguire i tuoi passi dieci anni dopo il 1999.

I miei cugini sono venuti a vederti dal vivo, io non ho potuto. Ma la cosa più importante è forse che anche oggi, nonostante tutto, tu mi sia venuto in mente. E allora ciao, ti saluto con una foto da un cimitero che non è quello di Staglieno ma è ugualmente bellino.