Finisce luglio

Finisce luglio, stanotte, anche a New York.

Finisce luglio anche nell’Upper West Side, e noi ne approfittiamo per non restare da soli e andare a trovare un amico. Una cena insieme, quattro risate, un po’ di italiano che non fa male.

Andiamo in bici, risaliamo Amsterdam Avenue che è un lunghissimo viale, sempre dritto. Un po’ in salita, un po’ in discesa, un po’ al piano. Partiamo che è una New York ancora molto fighetta e ricca, eleganti palazzi con il portiere in giacca e cravatta, e arriviamo che – Columbia a parte – i projects non si contano più, i ristoranti diventano decisamente più popolari e a buon mercato, i marciapiedi si trasformano in dépendances estive delle case e l’inglese si fa lingua di minoranza, superato dallo spagnolo.

L’estate a New York che ci immaginavamo non corrisponde esattamente a questa che stiamo vivendo. Stasera finisce luglio e ci chiediamo, esterrefatti, dove sono andati a finire tutti i giorni di maggio e giugno da quando il semestre è finito. Dove sono andati a finire i nostri progetti, le nostre idee, le nostre proposte di serate fuori? Non ce lo ricordiamo nemmeno a sforzarci.

Stasera finisce luglio, sono le undici passate, prendiamo la bici e scendiamo verso sud facendo Riverside Drive. A sinistra i viali, deserti da mesi di auto e di traffico, sono una lunga striscia nera. A destra il fiume Hudson è una lunga striscia blu. In mezzo c’è la lunga striscia grigia di un marciapiede così largo da essere una ciclabile. Ci sono le nostre ombre che, illuminate ogni tanto dai lampioni, saltellano al ritmo dissestato della pavimentazione sconnessa. Ogni tanto sulle panchine c’è una presenza umana, un homeless che dorme o conta le stelle, due amici che condividono una canna e un panino, una famiglia che si gode il fresco. Basta alzare lo sguardo per vedere sfrecciare, accanto, palazzi eleganti e bellissimi, finestre illuminate, sagome di gente intenta a guardare la TV, ombre di ventilatori che girano sui soffitti. Un topo, grasso e disgustoso, sembra correrci incontro, quasi volesse buttarsi sotto le nostre ruote. E intanto muraglioni e giardini che si sorreggono a vicenda che, chissà perché, sembra quasi di essere a Genova.

Ma stanotte finisce luglio, ovunque, anche a New York. I giorni di luglio andati perduti si aggiungono a quelli di maggio e di giugno. E l’estate entra nel pieno, e a breve sarà già ora di tornare al lavoro.

Pi di Elle

Ve lo ricordate anche voi quello sketch satirico – con Corrado Guzzanti, Neri Marcoré e gli altri comici delle trasmissioni di Serena Dandini – che prendeva in giro la Casa delle Libertà? Per chi non lo sapesse o non se lo ricordasse (e in effetti è ormai passata un’era da quei tempi), la Casa delle Libertà era la coalizione elettorale di Berlusconi, che durò dal 2000 al 2008. Riuniva Forza Italia, Alleanza Nazionale, la Lega (e questi ce li ricordiamo tutti, più o meno) e partitini minori come UDC-CCD-CDU (i frammenti della defunta DC), il Nuovo PSI, la Democrazia Cristiana per le Autonomie (grazie Wikipedia).

Lo sketch in questione colpiva nel segno. In una delle sue versioni, per esempio, una tavolata di gente cenava insieme; all’improvviso, Guzzanti si metteva a ruttare rumorosamente e – di fronte alla reazione stupita del telespettatore (queste cose non si fanno!) – si giustificava dicendo che nella Casa delle Libertà “facciamo un po’ quel cazzo che ci pare”. In un’altra versione, la frase era usata dallo stesso Guzzanti per giustificare il fatto che dal nulla, seduto in salotto, si mettesse a fare pipì sui cuscini del divano.

Lo sketch colpiva nel segno perché effettivamente quella coalizione elettorale raggruppava partiti che teoricamente non avrebbero mai potuto essere alleati (cosa c’azzeccano mai i principi del Partito Repubblicano di mazziniana memoria con quelli conservatori e post-fascisti con cui Alleanza Nazionale cercava di rendersi più presentabile rispetto al MSI da cui era derivata solo pochi anni prima? Ma queste, lo so, sono discussioni da preistoria della politica). Li teneva insieme la speranza di vincere grazie all’accordo con Berlusconi. Il quale iniziava con quella coalizione la sua martellante retorica della libertà. Guzzanti non ci andava poi tanto lontano: usava, per prenderlo in giro, lo stesso principio su cui Berlusconi puntava, ovvero quello di una libertà individuale garantita come ideologia dominante. E infatti qualche anno dopo ecco spuntare non più la casa ma il Popolo della libertà, un partito ancora più finto di Forza Italia, nel quale l’idea di libertà non era più spartita tra gli inquilini di una casa ma diventava nientemeno che la caratteristica principale di un popolo.

Dopo sei anni di vita negli Stati Uniti, ho finalmente capito da dove Berlusconi derivasse la sua mania della libertà. Quello americano è infatti per definizione IL popolo della libertà. Ogni americano è sulla carta libero di fare qualsiasi cosa reputi necessaria per ottenere la felicità, uno dei diritti inalienabili sanciti nientemeno che dalla Dichiarazione di indipendenza. E per un europeo, e un italiano soprattutto, questo a prima vista è sbalorditivo. Essendo uno studioso di Pavese, ho studiato la sua attività di traduttore di libri americani. In essi, negli anni ’30, i giovani della sua generazione potevano ritrovare – anche se solo vivendola con le avventure dei personaggi – la libertà che il regime fascista negava agli italiani. Non era una questione politica? Forse solo a prima vista. Pavese, e poi con lui Vittorini e tanti altri intellettuali italiani, trovavano libri non artificiali, che raccontavano la vita di ogni giorno senza paura di sembrare inadatti ai loro lettori. Ma quei libri non erano – non potevano! – sembrare inadatti ai loro lettori: gli stessi lettori vivevano quel tipo di vita. La letteratura americana metteva al centro l’uomo comune perché è in quel prototipo di uomo comune che ogni americano si ritrova. Non importa che si tratti di un coltivatore di grano del Midwest o di un ricco banchiere di Wall Street, dell’erede di una fortuna milionaria o del classico “self-made man” arrivato al successo da origini oscure. Ogni americano si frigge uova e bacon a colazione, ama tracannare whiskey di grano e segale e sa che il proprio Paese è così grande che ognuno può arrivare alla cima del proprio personale successo. Era questa la libertà della letteratura americana: mostrare l’uomo senza vergogna, con la lingua di ogni giorno. Un sogno, per i romanzieri italiani, che ancora scrivevano con gli stilemi di una lingua che nessuno ha mai realmente parlato (la famosa differenza, ricordata da Pivano e Pavese, tra “il fanciullo raggiunse la dimora” e “il bambino andò a casa”).

Naturalmente, però, una cosa è osservare da lontano un Paese – soprattutto da un altro Paese, che toglieva la libertà perfino di respirare – e l’altro è vivere da dentro, conoscere quel Paese e scoprirne, insieme ai pregi, i difetti (che non sono altro che il rovescio della stessa medaglia). La libertà, infatti, è bellissima; ma la libertà come la concepiscono gli europei è totalmente diversa da come la concepiscono gli americani. E ritorniamo a Berlusconi, che professava la libertà come valore di un partito di destra. Com’è possibile? Non siamo soliti associare la libertà (come ideale politico) ai partiti di sinistra? Non è forse la sinistra che si è sempre fatta carico (parlo al passato, lo so) di tutelare la libertà e i diritti di tutti, soprattutto di quelle persone che appartengono alle classi sociali meno privilegiate? Ecco, basta cambiare senso al concetto di libertà perché la proposta berlusconiana abbia un senso. Ogni cittadino deve essere libero di raggiungere i propri obiettivi (quasi esclusivamente professionali, ovvero da misurare con gli zeri del conto in banca) senza ostacoli da parte dello Stato. Eccola, la libertà “all’americana”. Si basa su un principio sacrosanto, ovvero il rispetto e la sacralità della vita di ogni singolo individuo; ma, in sostanza, ne protegge solamente l’aspetto economico. Dissolve il concetto di società come lo intendiamo noi europei: non una gerarchia ma un insieme di individui equivalenti (sulla carta, naturalmente).

Ho letto recentemente, su Doppiozero, il post di Alessandro Carrera intitolato “Covid e la fine del sogno americano” e ci ho ritrovato proprio questo: una critica all’individualismo e alla sacra libertà di ognuno, anche di fronte a un’emergenza spaventosa. I difetti non sono che il rovescio della medaglia dei pregi, scrivevo prima. Infatti, questa libertà tanto sbandierata e professata ha anche delle carenze gravi. Di fronte all’emergenza Covid, come ha reagito quella fetta di popolazione americana che vive negli Stati del grande centro e sud degli Stati Uniti, ovvero quella che è la “vera” America (non come le zone sulle due coste, imbastardite da uno stile di vita ancora troppo europeo e troppo poco americano)? Semplice, ha pensato che ognuno avesse il diritto di reagire al virus come voleva dal momento che ogni opinione deve essere rispettata in nome della libertà. Il prof. Fauci chiedeva di indossare le mascherine? E loro se ne sono fregati! Tutto il mondo reagiva sconcertato, con medici sull’orlo del baratro psicologico e intere famiglie spazzate via da un giorno all’altro? Non era un problema loro! E così avanti, di peggio in peggio. Il paradosso è che nemmeno davanti all’unica evidenza a prova di discussione, cioè la morte, cedono. Continuano, imperterriti e sicuri di avere ragione. Convinti che l’unica verità è già dentro a ognuno di noi e che ascoltare chi si professa superiore è un’eresia a priori. Non importa se la differenza di gerarchia nasce dalla competenza in un particolare campo: mai farsi mettere i piedi in testa!

Il problema, in questo caso, è enorme perché le conseguenze sanitarie le paghiamo tutti. Ma vivere negli Stati Uniti fa realizzare come in tanti altri settori e aspetti della vita la libertà tanto idolatrata non porti sempre questo enorme vantaggio. Praticamente ogni contea può emanare leggi, anche le più assurde, che non possono essere abrogate perché si reggono sul paradosso che abrogarle significherebbe limitare la libertà di qualcuno, e ciò significherebbe riconoscere a priori maggiore legittimità a qualcun altro. Creare gerarchie, come nella vecchia Europa dove bastava nascere in una famiglia piuttosto che un’altra per avere il destino segnato per generazioni. Ora, capisco che anche io nel mio piccolo sto beneficiando da anni del sistema. Conduco una ricerca che nel mio Paese sarebbe stata considerata al massimo con sufficienza (e infatti lo fu). Ho professori e colleghi che mi incitano a esprimere le mie opinioni e le rispettano. Nessuno mi giudica se i miei vestiti o il mio aspetto non corrispondono a ciò che è stato stabilito a priori come opportuno per una specifica occasione. Eppure, a volte è un po’ strano. È strano, in un qualsiasi discorso pubblico, che tutte le opinioni abbiano sempre lo stesso valore e peso. Che uno Stato (Indiana, 2015, governatore Mike Pence, attuale vicepresidente con Trump) abbia potuto promulgare una legge anti-gay facendola passare sotto il nome di “legge per la protezione della libertà religiosa”. Che nessuno faccia mai notare a nessun altro gli errori, per correggerli.

Concludo dicendo che non voglio, con questo mio post, passare per un trombone conservatore. Vorrei semmai ribadire quanto è importante la libertà individuale, soprattutto se non viene data per scontata e se ne vengono sottolineate le paradossali derive. Troverei più sensato ogni tanto sentire un “no!”, un “questo non sta né in cielo né in terra!”, un “questa è proprio una cazzata!”. Basta spiegare le motivazioni, naturalmente: altrimenti, questi no sono soltanto mortificazioni senza senso, che raggiungerebbero – questi sì per davvero – l’obiettivo di limitare la libertà altrui. Ma a quanto pare le sfumature non sono un concetto molto accettato, nella cultura iper-liberista di quelli che, alla fine, sono riusciti a far diventare la libertà un difetto anziché un pregio.

Da qui

Qui – che poi è New York – siamo sei ore indietro rispetto a lì – che poi è l’Italia. Quindi, lì siete più avanti rispetto a qui. E lo siete soprattutto in questi giorni.

Questi sono giorni confusi, prima ancora che tremendi: nessuno sa bene cosa fare per il semplice fatto che è diventato impossibile programmare a breve o a medio termine una qualsiasi attività. Viviamo un tempo in cui l’eccezione è diventata la norma, perciò navighiamo a vista.

Ma in mezzo a questo mare in burrasca, lì siete davvero avanti. Noi vi guardiamo da qui e noi – almeno, noi italiani e quei pochi non italiani con un po’ di realismo – restiamo stupefatti. Dalla paura ma anche dal coraggio, dalla forza del colpo ma anche da quella della reazione. L’Italia si è mobilitata come non mai prima.

Lo so, lo pensate tutti: ma tu che ne sai, tu non sei qui! E infatti a vedervi da qui si soffre due volte: una volta davanti al danno e una seconda sapendo di non poter fare nulla di concreto per dare una mano. Noi non siamo lì, noi siamo qui. I nostri genitori, amici, famiglie, case dell’infanzia, compagni di asilo, luoghi del cuore sono lì; mentre la nostra vita è qui. Non è facile sapere che non è possibile nemmeno immaginarselo, quello che vivete giorno dopo giorno.

Ma vivere qui rende tutto più assurdo per un’altra ragione: vivere qui guardando che succede lì è come sapere in anticipo la fine di una partita o come aspettare vivendo al rallentatore eventi che sono già avvenuti. Soprattutto, vivere qui sapendo cosa sta succedendo è una vera esperienza da Cassandre: noi ce la mettiamo tutta, urlando a squarciagola per avvertire del pericolo che sta arrivando. Ma nessuno, intorno a noi, ci ascolta; anzi, finora ci hanno solo presi in giro.

Quindi che volete che facciamo? Restiamo qui, sperando che non arrivi esattamente quello che è arrivato lì. Qui non abbiamo la sanità nazionale, l’abitudine a cucinare cibo sano in casa e nemmeno quella di pulirci e di tenere pulito. Qui viviamo in una situazione gestita da pazzi criminali, sostenuti dalla massa di beoti che li ha votati ma anche indirettamente dalla inconscia convinzione – vero DNA a stelle e strisce – di essere sempre sicuri di farcela. Perché migliori, più “giovani” e “puri”, Paese del manifest destiny, eccetera. Così, mentre quantomeno le assicurazioni sanitarie vengono costrette a riconoscere la copertura quantomeno del tampone e le università finalmente hanno chiuso consentendoci di lavorare da casa, aspettiamo la buriana.

Oggi c’era un sole magnifico che metteva poca voglia di stare in casa. Siamo usciti a cercare mascherine, guanti e disinfettante per le mani e abbiamo fatto due passi sul fiume. C’era gente, tanta. Come loro, anche noi guardiamo avanti con speranza. E, soprattutto, guardiamo lì.

Riverside Park

Quando piove

New York è una città attiva, almeno all’apparenza. È una città che a qualsiasi ora del giorno formicola di movimento a ogni livello: i treni della metro sferragliano sottoterra, i taxi gialli colorano le strade e non c’è pace né in cielo – attraversato da un continuo viavai di elicotteri e aerei – né sull’acqua – con traghetti e barconi sull’Hudson o l’East River.

New York per questo è una città tridimensionale. Viverci dentro significa entrare in contatto con questo movimento, farlo proprio nei limiti della propria sanità mentale e vivere a 360 gradi. New York non si lascia facilmente guardare: New York ti invita a toccarla, a sporcarla, a renderla tua.

È per questo forse che New York quando piove è così deprimente. Innanzitutto perché perde colore: la luce è un ingrediente fondamentale della vitalità di New York e vi assicuro che si possono trascorrere intere giornate a guardare come le differenti ore del giorno diano sfumature sempre diverse a un panorama qualsiasi, un parco o un fiume ma anche semplicemente un palazzo. E invece, quando piove, predomina un grigio declinato in mille tonalità, tutte però decisamente tristi.

E poi quando piove New York perde la sua tridimensionalità. Invece che uscire a viverla, il cielo grigio invita piuttosto a una sosta sul divano di casa, o dentro un bar, uno schermo di vetro tra noi e lei. La vita non si ferma, certo, ma siamo noi che ci fermiamo, un po’ depressi e un po’ sollevati, e restiamo a guardarla. New York rimane lì a farsi guardare, per una volta. Ma ci mostra il suo lato meno eccezionale: non un vestito di gala ma una tuta di spugna grigia, di quelle del mercato o di pile che tutti ci vergogniamo sotto sotto di portare ma che non scambieremmo per nulla al mondo quando si parla di comodità.

New York oggi è così. Io la guardo da dietro un vetro su cui la vita di dentro si specchia, nell’illusione di continuare a vivere anche fuori.

New York City, Lexington Avenue

Ventuno

Concetto spaziale: mancanza.

Immaginare Fabrizio De André a New York non è poi troppo difficile: anche a New York, per dire, c’è il mare. C’è stato – e da qualche parte c’è ancora – anche il porto, con tutti gli annessi e connessi tipo bar e signorine tanto equivoci quanto disponibili.

Ma a New York manca la collina, mancano le creüze, manca il mugugno del genovese tipico, manca la fugassa e il pesto e chissà cos’altro.

E allora forse è meglio immaginarsi Fabrizio De André solo nel nostro personalissimo e individuale ricordo. Invece che immaginarlo che cammina nelle lunghissime avenues di questa città infinita, intimorito da questi belinoni di americani, meglio posizionarlo nello spazio personale della nostra memoria. Meglio riportare alla mente – e, per un secondo, in vita – quel concerto a cui qualcuno avrà avuto la fortuna di andare, o quel disco comprato per curiosità, o ancora le cassette e i CD consumati a forza di imprimersi nella mente ogni verso e ogni cadenza di quelle che per tutti noi erano canzoni bellissime e imperdibili.

E così, oggi che sono 21 anni (e quasi un giorno, ormai) io ti saluto da qui, da New York, caro Amico fragile. Qui in mezzo ai grattacieli chissà come ti saresti trovato. Io, nel dubbio, ho portato qualche tuo disco e ora ti ascolterò mentre inizia a fare buio.